Avessero dato retta al comandante la Guarnigione pontificia di Viterbo, forse il 20 settembre 1870 non sarebbe ricordato in saecula saeculorum come il giorno della sacrilega invasione, per alcuni e, per altri, dell’entusiastica annessione dello Stato del papa al Regno d’Italia.
Il tenente Anastasio de Charette, infatti, già l’11 agosto, aveva con una nota riservata avvertito della imminenza dell’invasione dello Stato. Non lo presero in considerazione e neanche un altro dispaccio da lui inviato il 18. Lo stesso papa, al ministro delle armi, Hermann Kanzle, che glielo illustrava, disse di non preoccuparsi.
Pochi giorni dopo, però, lunedì 12 settembre, cinque divisioni dell’esercito italiano varcarono i confini. Ci fu una prima battaglia a Civita Castellana e da lì, passando per un “deserto che non offre altro che biada e fieno, tra miserabili casolari sparsi e una più miserabile osteria”, scrisse uno dei comandanti, si attestarono non molto lontano dalla città. Dove, intanto, era scattata la mobilitazione generale. A Civitavecchia, alla sola minaccia delle armi, era stata alzata bandiera bianca.
“Tutti alle mura, tutti alle mura!” si diceva a Roma, mentre, però, lo Stato maggiore del papa temeva il peggio perché non erano rientrati i distaccamenti sparsi nel territorio e la difesa, all’interno, era ridotta al minimo. Ciò nonostante, il ministro della guerra insisteva per opporre, comunque, una forte resistenza all’invasore. Il papa, però, dispose che questa fosse simbolica. Solo “per certificare la violenza subìta”.
Il 18 settembre, il generale Cadorna ordinò la dislocazione delle truppe e nella notte del giorno successivo, la dodicesima divisione iniziò la marcia su via Nomentana.
Alle 5,15 il tenente dell’esercito pontificio De Buttet, dall’osservatorio di S. Maria Maggiore, avvertì che le batterie nemiche avevano aperto il fuoco contro Porta Maggiore e Porta Pia.
Il papa rimase calmo fino alle 6,35, quando Nino Bixio cominciò a cannoneggiare “all’impazzata” sul Vaticano. Pio IX si riunì, allora, in preghiera con il Corpo Diplomatico subito arrivato e gli ambasciatori per l’occasione erano in grande uniforme. Nessuno del Consiglio comunale, invece, si presentò a “confortare il vecchio pontefice”.
Il papa protestò per “l’attentato sacrilego”. Irritato perché le sue truppe, ignorando l’ordine della sola “difesa simbolica”, combattevano vere e proprie battaglie, alle 9 diede l’ordine della resa che si manifestò con la bandiera bianca issata poco prima delle 10 sulla cupola di san Pietro.
Anche al Quirinale, dove gli italiani avevano trovato pochi zuavi di guardia, la resa fu immediata ma, non trovando una bandiera bianca, fu esposto sul Torrino un lenzuolo rimediato in guardaroba.
Sotto le finestre del Palazzo sulla Manica lunga e in piazza, intanto, accorreva un gran folla di romani più che altro curiosi. Non mancarono, però, tumulti e tafferugli e molti che il giorno prima avevano implorato il papa, andato in visita alla Scala santa, di non abbandonare Roma, se la presero in modo anche violento con gli zuavi.
Alle tre del pomeriggio, a Villa Albani, ci fu la capitolazione, ratificata da Raffaele Cadorna, “Luogotenente generale comandante il IV corpo d’esercito” italiano e da Hermann Kanzler “Generale comandante le armi di Roma”.
Pio IX, scrisse al nipote Luigi: “Tutto è finito! Senza libertà non si governa la Chiesa”.
Quasi cent’anni dopo, il cardinale Giovanni Battista Montini, poi Paolo VI, parlando in Campidoglio, dirà:: “La provvidenza – ora lo vediamo bene – ha disposto diversamente le cose. Da allora il papato riprese con inusitato vigore le sue funzioni di maestro di vita nell’irradiazione morale sul mondo come prima mai”.
A ricordo di tutto, il monumento ad un bersagliere nell’atto di assaltare Porta Pia e – come ricorda il Direttore di Giano.news, Roberto Di Nunzio – la sepoltura di zuavi pontifici ed una lapide nella chiesa di san Gioacchino e S. Anna in via del Quirinale.
Roma – ha scritto un testimone dell’epoca, lo storico Raffaele De Cesare – portò nella vita nazionale quella “legge di adattamento alla quale in ogni tempo soggiacque e fece soggiacere i suoi dominatori” con antica arguzia e consapevole scetticismo.











