Quando è in gioco il destino di Stati e popoli, la “correttezza morale” va messa da parte, a meno di non voler condurre i propri uomini (della cui vita si è responsabili) alla rovina. Il nemico va sconfitto con tutti i mezzi che si hanno a disposizione: forza e astuzia, durezza e cedevolezza, dissimulazione e provocazione. Occorre fingere incapacità di azione, preservando le forze; simulare una sorta di paralisi, che può indurre il nemico a un’eccessiva fiducia nei propri mezzi; allo stesso tempo pronti a colpire alla prima occasione favorevole.
Il Dao della vittoria insegna che bisogna impadronirsi della mente del nemico, indurlo a fare ciò che si rivelerà per lui dannoso, dissimulando le proprie intenzioni e le proprie qualità; altro sistema, talvolta più efficace, è quello di indurre il nemico a dubitare di ciò che sa e di ciò che vede.
Tra gli stratagemmi vi è quello di generare qualcosa dal nulla.
Dal non essere nasce l’essere: la filosofia cinese insiste spesso sulla forza creatrice contenuta nel vuoto. In campo strategico, questo significa confondere il nemico convincendolo della realtà delle illusioni; ovvero, facendogli credere che una minaccia inesistente sia da prendere in seria considerazione, e inducendolo quindi a schierare le proprie forze in maniera che finirà per rivelarsi dannosa. L’inganno genera qualcosa dal nulla.
Dissimulare intelligenza e audacia per non suscitare sospetti; indurre quindi il nemico a sottovalutarci, cosa che lo renderà imprudente e vulnerabile; attendere con pazienza senza agitarsi inutilmente per colpire nel momento migliore; se il nemico non cade nell’inganno, se non si lascia impressionare dal primo falso sfoggio di potenza, il suo attacco si abbatterà con forza devastante su un esercito che non ha i mezzi per sostenerlo. Bisogna quindi che la disinformazione sia molto convincente, altrimenti è meglio tenersi pronti a una rapida manovra evasiva.
In questo caso il consiglio è di non mascherare la debolezza, ma ostentarla. Il nemico, trovandosi di fronte a mura e porte sguarnite, resterà disorientato e in preda al dubbio. Il vuoto è una condizione innaturale per una città: incute timore in chi le si avvicina e fa sospettare un tranello o il pericolo di un’epidemia o una maledizione divina. Il XXXII stratagemma è un esempio piuttosto raffinato di disinformazione: mostrare qualcosa che sarebbe naturale tener ben nascosto a una forza ostile. Per essere efficace presuppone però una totale fiducia nel proprio controspionaggio, perché è chiaro che l’avversario, se dovesse ricevere dai suoi informatori la notizia che la città è davvero vuota, se ne impadronirebbe senza colpo ferire.
Il dubbio: in guerra i comandanti lottano costantemente con le ombre, con i limiti della propria conoscenza, con il bisogno di prendere decisioni critiche sulla base di notizie incomplete o sospette. Quando s’individua un agente nemico, conviene non smascherarlo o metterlo in condizione di non nuocere, ma passargli informazioni false, che lui trasmetterà senza sospettare nulla.
Sun Tzu dedica l’intero XIII e ultimo capitolo al problema delle spie. Ne distingue cinque tipi, ma mette in guardia sulla difficoltà di servirsene in modo appropriato: chi non è profondamente saggio non le può utilizzare; chi non è giusto e umano non può farle agire; chi non è sottile e astuto non può ottenerne la verità. Delle cinque categorie, i ‘doppiogiochisti’ sono la più importante: se impiegati con abilità, infatti, possono rendersi utili, non solo creando disordine nel sistema informativo e quindi nei processi decisionali del nemico, ma facilitando l’azione di tutti gli altri tipi di agenti.
Ancora, per Sun Tzu, è necessario individuare gli agenti che il nemico ha inviato a spiare, corrompendoli con offerte vantaggiose, istruendoli e alloggiandoli convenientemente. Così si possono ottenere e impiegare agenti doppiogiochisti. Basandosi su di loro si possono ottenere e mettere in azione spie locali e infiltrati interni. Grazie a loro si può ottenere che le spie votate alla morte vadano a riferire al nemico sulla scorta di false informazioni. Nella guerra delle ombre l’agente che fa il doppio gioco è un’arma micidiale; in mancanza di altre risorse, “il dubbio nel dubbio” può far guadagnare al più debole tempo prezioso e, talvolta, confondere l’avversario tanto da indurlo a commettere errori fatali. Quando ci si trova in una situazione di grave inferiorità, una via d’uscita può consistere nel confondere il nemico fino a bloccarne il processo decisionale. Il dubbio non uccide, ma riduce il nemico all’impotenza e salva la situazione.
La vittoria è frutto della conoscenza di sé stessi e del nemico: l’uso della forza è necessario, ma perché sia efficace deve basarsi su informazioni corrette, nei limiti del possibile. La prima cura del buon generale deve essere rivolta, quindi, alla propria intelligence e ad ostacolare in ogni modo quella avversaria.
Le vittorie di Gengis Khan scaturirono: dalla superiorità militare dei suoi cavalieri, che sconfissero eserciti numericamente più consistenti varie volte; dalle sue capacità strategiche; dalla disciplina e dal...
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