La contingenza referendaria tra poco più di un mese sarà finita, ma le parole appaiate in una stessa frase e cioè “massonerie – deviate – centri di potere”, di chi per professione e missione è deputato a misurare quel che dice con la bilancia della giustizia, resteranno e peseranno sul cittadino. Quello cui la Costituzione – “la più bella del mondo” come l’ha definita uno dei maggiori artisti comici di quest’età, Roberto Benigni – attribuisce tutto il potere, la “sovranità” dalla quale deriva, per delega, ogni altra potestà, normativa, amministrativa, giudiziale nello Stato democratico.
Il quale va ormai per l’ottantina e non dovrebbe più aver bisogno della Massoneria che nell’ottocento ne unificò, col Risorgimento, il territorio. Tanto meno di escrescenze “deviate”, cioè extra ordinem, fuori del dettato costituzionale, l’ordine costituito.
Nella esternazione del grande inquisitore, all’aggettivo riferito alle massonerie seguono le parole “tutti i centri di potere”, talché, nel cittadino “sovrano” esso può a ragione evocare non lontane e pericolose – per lo Stato democratico – devianze che si accompagnarono, solo pochi decenni fa, a contorni di gesta sovversive di movimenti antagonisti e violenti fino al terrorismo rivoluzionario. Autonome nella progettazione ed esecuzione, ma, si disse – e talora provò – suggerite, ispirate, se non addirittura eseguite dall’esterno. Perfino da apparati dello Stato democratico, appunto forme “deviate” rispetto al retto cammino indicato dalla sovranità anche elettorale dei cittadini.
Riduttivo, perciò, parrebbe derubricare le parole del dottor Nicola Gratteri a slogan elettorali di cui parlare in bene o in male solo per un altro mese e non interrogarsi sul livello di democraticità, di sovranità del cittadino, raggiunto da una nazione in cui la formazione delle leggi e dei governi è affidata prima che al voto popolare alla scelta dei capi di partito. Sempreché questo termine, certificato all’origine dall’art. 49 della Costituzione, abbia ancora circolazione condivisa. In presenza, infatti, di movimenti che lo rifiutano e di formazioni in cui il “metodo” di democrazia interna appare sempre più spesso limitato alla elezione del segretario o presidente che subito ne diventa autocraticamente il “capo” e i parlamentari –a rigor di Carta rappresentanti senza vincolo della nazione (art. 67) – più che al popolo o quantomeno ai territori da cui vengono espressi, rispondono al leader. Questo sì sovranamente decisivo per la loro ricandidatura.
Deviazioni, centri di potere, massonerie?
Qualche dubbio viene di fronte a questa politica che dibatte su Trump e le cose americane prima delle cose di casa, di soluzioni possibili e non teoriche per scuola, sanità, trasporti intesi questi come mezzi, strade transitabili dal singolo cittadino sovrano ma senza lampeggiante blu.
Difesa di diritti al lavoro e dei lavoratori affidata ad organizzazioni a partecipazione maggioritaria, talora, di cessati proprio dal lavoro. E la sicurezza, rivisitata con l’aggettivo “securitaria” utilizzato per accuse di fascismo o, come minimo, immagine dello scapolare dell’osservanza trumpiana, mentre il cittadino “sovrano” rischia di non esserlo nemmeno a casa propria, se non spranga la porta ad evitare che la sovranità domestica gli venga furtivamente, cioè con furto, sottratta.
Accuse e controaccuse reciproche di governanti e opposizione più che sale della democrazia si rivelano fondi di barile di un vino che sa di aceto dell’astio, del rancore, delle invidie sociali, di interessi individuali e di casta.
Cose che la repubblica dei costituenti avrebbe voluto, se non esorcizzare, limitare, smussare o, come pensava il Manzoni a proposito dei guai, dominare ” per una vita migliore”.
Invece, proprio come il Renzo de I Promessi sposi, al cittadino “sovrano” – in mezzo ai guai di una politica perfino incapace, in tempo di repubblica, di eleggere un presidente e dover quindi optare (non una volta sola) per la conferma dello scaduto che durerà più di molti re – non resta forse che concludere come “la condotta più cauta e innocente non basta a tenerli lontani”. Magari con l’astensione dal voto.
Cinquant’anni fa, un grande giornalista, Gianfranco Piazzesi, l’autore di Berlinguer e il professore, dopo essersi chiesto “come sia stato possibile (già allora) cacciarsi nei guai in cui oggi viviamo”, ammoniva a “non sovrapporre convinzioni politiche ed ideologiche ad aspetti dei problemi quotidiani. A imporre o a difendere le mezze verità”.
Deviazioni, appunto.












