Gli Stati Uniti hanno messo nero su bianco quello che Trump andava dicendo già da tempo: il conflitto in Ucraina deve cessare.
Nel “National Security Strategy” del novembre 2025 vengono esplicitati quali sono gli obbiettivi Americani in politica interna ed estera. Chi pensava ad una contrazione involutiva della proiezione di forza di Washington, sarà rimasto sorpreso. Trump al contrario ha rilanciato la vecchia (e per la verità mai abbandonata) dottrina Monroe che riguarda l’America del nord e l’America del sud: quello è il loro “giardino di casa” e non saranno tollerate interferenze né militari né economiche. Impresa non semplice perché la Cina è già penetrata in profondità nell’America del sud e il Brasile è uno dei pilastri dei BRIC’S Plus e l’ultima cosa che Lula desidera fare è tornare ad essere un satellite americano. L’Argentina è l’unico avamposto favorevole allo Zio Sam, almeno finché Milei rimarrà in sella. L’operazione militare in Venezuela rientra in questo complesso scenario, ma una azione militare diretta potrebbe scatenare un sentimento antiamericano ancora più marcato di quello già esistente. Curioso notare che noi occidentali ci costruiamo e riconosciamo “le aree di influenza” solo quando ci riguardano, ma rifiutiamo di riconoscere quelle altrui; alla base della guerra in Ucraina c’è il rifiuto di riconoscere una questione di sicurezza russa, (una dottrina Monroe russa) ribadita più volte in varie sedi, ma sempre ignorata e rigettata da USA e Europa. Stessa cosa per la Cina che vede la 7 Flotta navigare a poche miglia da Shanghai e frapporsi a Taiwan, cosa che non piace per nulla a Pechino. Ma questo fa parte dell’arroganza con la quale ci siamo sempre posti nei confronti del resto del mondo, che deriva dal colonialismo che ha pervaso la nostra politica: prima “de facto” poi solo come un ricordo difficile da cancellare ed accettare.

Dunque, pace in Europa e riallacciare i rapporti con la Russia: questo il volere di Trump. Ma alcuni Europei (quelli che contano) non ci stanno.
La fine della guerra in Ucraina rappresenterebbe il fallimento della politica fin qui condotta. Plasticamente renderebbe evidente l’insipienza di tutto l’apparato di Bruxelles, che in 4 anni non è mai riuscito ad intraprendere un processo di dialogo con Mosca. Da qui il sabotaggio che viene messo in atto dalle varie cancellerie per evitare che si giunga ad una fine. Ma c’è di più. Se il sabotaggio avrà successo (com’è molto probabile), il sostegno a Kiev sarà esclusivamente sulle spalle degli Europei. Servono subito 100 miliardi per mandare avanti la guerra di Zelensky e questi soldi l’Europa non li ha. Se fallisce il progetto di “rubarli” ai russi mediante la confisca dei depositi in Belgio, i soldi dovranno essere tirati fuori dalle tasche dei cittadini, la cui maggioranza (come lo stesso documento americano riporta) sono favorevoli alla fine di questa carneficina che già ha penalizzato pesantemente tutto il vecchio continente.
La politica dei Volenterosi e della Von der Leyen ha scelto di non deflettere dal muro contro muro con la Russia. Il piano di riarmo europeo prevede una valanga di soldi spesi non in maniera organica, per costruire una vera difesa comune, ma a macchia di leopardo ed in maniera del tutto scoordinata tanto da far sembrare questa spesa solo funzionale all’industria bellica nostrana(poco) ma soprattutto a quella americana.
A corollario di questa politica di riarmo c’è il quasi inevitabile ripristino della leva obbligatoria. La Germania sta facendo da apripista ma certamente anche altri stati volenterosi seguiranno. Ce lo chiede la Nato che a seguito dell’indirizzo “politico” si è messa a fare i conti ed ha stabilito cosa ogni Stato membro dovrà dare all’Alleanza.

Questo sarà un provvedimento ad alto impatto sociale perché riguarderà centinaia di migliaia di giovani e rispettive famiglie.
La guerra in Ucraina non è popolare in Europa, ma ancor meno lo sarà la reintroduzione della “naja”.
In Germania la legge, se approvata, entrerà in vigore il 1° gennaio 2026 e prevede di portare l’organico dagli attuali 180.000 effettivi a circa 300.000.
Venerdì scorso in oltre 90 città tedesche si è protestato contro questa legge e gli studenti sono scesi in piazza annunciando una fiera opposizione. Intonando slogan quali: “no alla guerra ed al riarmo”, “il nostro futuro è il nostro futuro”, “noi decidiamo da soli”, hanno marciato anche a Berlino di fronte al Parlamento, proprio mentre la legge veniva discussa. Non credo sia azzardato prevedere che un tale movimento studentesco potrà saldarsi con altri movimenti in altri stati europei. L’effetto domino o se volete la valanga sarà di proporzioni notevoli e forse ciò non è completamente previsto dai decisori politici. La campagna mediatica a favore della leva è già cominciata da tempo. Sui media e nei talk show aspettatevi innumerevoli attestati a favore. Ma ciò che forse è, e sarà sottovalutato, è la reazione degli attori principali: i giovani.
Durante la guerra in Vietnam si formò un movimento studentesco contr la guerra e contro la leva obbligatoria che ebbe un contraccolpo politico notevole. Nei primi anni 60 si formò la SDS, Student Democratic Society, che diede vita a numerose proteste sparse in tutto il Paese.

Dopo Johnson anche Nixon dovette misurarsi con la protesta studentesca che esplose dopo che nel maggio 1970 la Guardia Nazionale aprì il fuoco contro alcuni manifestanti e ne ferì 13 di essi. Successivamente 4 morirono. Oltre 1300 Campus universitari si sollevarono e 500 di essi furono completamente chiusi dalle proteste e dalle manifestazioni. Alcuni stabilimenti industriali furono presi di mira soprattutto quelli della DOW, che produceva il Naplam per le bombe usate in Vietnam.
Le proteste furono così forti che lo stesso Nixon dovette prima rivedere la legge sulla Leva e poi abolirla del tutto. L’atmosfera era incandescente e con l’aumentare delle manifestazioni anche l’apparato repressivo si mise in moto; Nixon autorizzò la CIA e l’FBI ad espandere la sorveglianza e la persecuzione delle proteste antiguerra. I miasmi del disastro del Vietnam raggiunsero le strade americane e contaminarono la società civile. Nel 1971 il New York Times pubblicò quello che poi passò alla storia come “Pentagon Papers” nel quale si documentava come sia Johnson sia Nixon avessero mentito al Congresso ed ai cittadini sulla guerra in Vietnam.
Sarà questo lo scenario che si ripeterà in Europa? Quel che la protesta in Germania ha mostrato chiaramente è che i giovani non sono disposti ad ingoiare qualunque cosa. Percepiscono chiaramente che la minaccia Russa per il loro Paese, come per i restanti Paesi europei, non è reale. Ritengono che sia una minaccia creata ad arte per supportare una politica che altrimenti non avrebbe alcun senso. E non ci stanno, soprattutto quando prendono coscienza che è il loro futuro ad essere compromesso.
Assisteremo dunque ad una Europa che si infiammerà ed il cerino sarà la protesta giovanile? Che tipo di repressione verrà attuata nei confronti di chi dissente? Ci sarà un “New York Times” che svelerà i dietro le quinte dei Palazzi del potere?

I Dittatori che si sono susseguiti nella Storia sapevano bene che nonostante fossero tali, avevano comunque la necessità del consenso delle folle. Resta da vedere se i Paesi Democratici questo lo abbiano capito.












