Gli hacker sono monotoni e i loro disastri sommano la preoccupazione di un imminente attacco finale alla noia di vederli ripetere le loro marachelle quasi fossero travet del crimine.
Dopo aver colpito in Francia e mietuto terrore e persino un briciolo di simpatia per la strampalata malefatta, i pirati del bit si sono rifatti vivi nella certezza che nessuno nel frattempo avesse adottato contromisure.
D’altronde il mondo degli esperti si divide tra quelli che per comodità e profitto tranquillizzano i loro committenti pubblici e privati e quegli altri, insopportabili, che insistono a ribadire la necessità di fare qualcosa per scongiurare l’Apocalisse.
Appartengo, come il professor Aparo, il generale Merola e pochi altri, alla inascoltata schiera degli angosciati che insistono nel supplicare che si faccia qualcosa. E’ comprensibile che il Governo non voglia grattacapi più di quanti ne abbia, che si preferisca uno yes-man ad un brontolone, che l’adulatore non voglia perdere il contratto di consulenza e preferisca spargere serenità come una fattucchiera il sale o un prevosto l’incenso.
Ci si dà un gran da fare per capire chi sia stato, formulando le più bizzarre ipotesi e immaginando chissà quale compagine…
L’occuparsi seriamente di certi problemi e farlo per quarant’anni porta a cercar di capire come sia potuto succedere, così da scovare un rimedio prima che quell’attacco possa esser ripetuto e reiterato. La priorità – ma forse sbaglio – è rimettersi in piedi e armare le difese, piuttosto che dar la caccia – più che doverosa – a chi ha la responsabilità del misfatto.
Se si cercasse di catturare un piromane, probabilmente – per scongiurare che altri lo possano imitare – occorre trovare il fiammifero o il cerino con cui viene appiccato il fuoco.
Quando ero più piccolo e lavoravo all’Autorità per l’Informatica, il mio team pensò di realizzare un bollettino per informare la Pubblica Amministrazione e il mondo imprenditoriale a proposito dei rischi incombenti. Con il professor Pierantoni, vicepresidente dell’Authority e nostro “capo”, avevano pensato che una simile iniziativa potesse esser utile per indirizzare le cautele da dover mettere in campo e per intervenire puntualmente sulle “parti dolenti” dell’architettura tecnologica delle diverse organizzazioni.
Eravamo ancora nel secolo scorso. Non ci inventavamo nulla perché FBI (in un’epoca in cui la difesa cyber non aveva un designato ad occuparsene) aveva creato il National Infrastructure Protection Center o NIPC che accorciar si voglia. Negli Stati Uniti il bollettino già lo facevano ed era utilissimo perché riportava la tecnologia vulnerabile, spiegava la tipologia del punto debole, forniva suggerimenti sul da farsi… In termini pratici era la bacheca virtuale di una moderna Cassandra in cui erano elencate le falle e le previste possibili conseguenze.
Fighissimo, verrebbe da dire. Certo.
Peccato che quel servizio venisse regolarmente snobbato da chi doveva approfittarne per non farsi bucare dagli hacker. Ancor più drammatico sapere che gli unici a consultare quelle pagine erano proprio i criminali informatici che così sapevano dove e come andare a segno senza dannarsi a cercare l’’immancabile ma non sempre evidente tallone d’Achille di un determinato sistema hi-tech.
Quattro chiacchiere con i colleghi americani, che ci hanno spiegato il perché dell’allora prossima chiusura del servizio, ci fecero capire che quell’idea era da abbandonare per evitare di spianare la strada ai malintenzionati.
La storia dei frigoriferi è cominciata in modo simile.
La società danese Danfoss, tra i leader di mercato nella produzione di apparati di refrigerazione industriale, il 1° di agosto di quest’anno ha pubblicato sul suo sito un “alert” che avvertiva di un problema.
La nota tecnica parlava di possibili accessi non autorizzati agli apparati refrigeranti che sono normalmente collegati in rete per le ordinarie operazioni di gestione, diagnostica e manutenzione. Si diceva di un inadeguato controllo degli accessi che poteva consentire di giungere ai dati interni, caricare ed eseguire applicazioni non autorizzate, alterare il regolare funzionamento delle macchine.
La pagina conteneva anche i link per scaricare gli aggiornamenti indispensabili per ottenere una certa blindatura.
Lo hanno letto tutti, meno quelli che avrebbero dovuto farlo.
Non lo hanno letto i tecnici informatici delle catene della Grande Distribuzione Organizzata che, così facendo non hanno seguito le istruzioni della Danfoss e non hanno installato le “patch” per tappare i “buchi”.
Visto che è successo anche in Italia, sembra che non lo abbiano letto nemmeno i nostri paladini digitali dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale che, forse, avrebbero potuto spingere le predestinate vittime a fare qualcosa per evitare almeno le brutte figure.












