La storica capacità dei romani di adattarsi – che subito i nuovi arrivati apprendono – fa, anch’essa, di Roma la città eterna. I piemontesi, entrati sparando da Porta Pia, espropriati conventi e beni religiosi, emanati gli atti di legge ed amministrazione per fare dell’Urbe la capitale del Regno, insomma, passata la festa laica, si trovarono d’accordo con i papalini per adattare alla nuova situazione l’urbanistica cittadina. Investitori italiani, compresi i mangiapreti, da un lato. Dall’altro, le famiglie dell’aristocrazia nera, proprietarie delle aree da destinare a ministeri, uffici e case dei burocrati del nuovo Stato. Tutti, incuranti della scomunica papale contro chiunque avesse trattato con quei “senza Dio dei torinesi”:
Chigi, Torlonia, Ruspoli, Cesarini,
Colonna, Borghese, Doria e Aldobrandini,
la bocca è pé la Chiesa
er còre pé li quatrini
Perfino un arcivescovo, Francesco Saverio De Merode. La saggezza coltivata negli esercizi spirituali dei Gesuiti, da cui proveniva, gli aveva suggerito di comprare per tempo e cioè prima del 20 settembre 1870 i campi incolti intorno ed oltre la Stazione Termini e la valle di San Vitale, per rivenderli a nuovi governanti e palazzinari al seguito, impegnati a costruire interi quartieri lungo l’asse che va dalla Stazione Termini al centro-città. L’attuale via Nazionale..
Lì, davanti alla Basilica di Santa Maria degli Angeli, accanto alle Terme di Diocleziano, la Società Acqua Pia Antica Marcia, per fare più bella la preesistente fontana del Guerrieri, incaricò lo scultore palermitano Mario Rutelli, bisnonno di Francesco, di progettare e realizzare le statue delle Naiadi. Complessivamente, sedici tonnellate di bronzo. Verso la fine del 1900, fu avviato il cantiere per la loro collocazione, opportunamente protetto da uno steccato, attraverso le fessure del quale, i passanti cercavano di sbirciare i nudi delle ninfe.
Ci fu chi se ne scandalizzò e portò la questione in Campidoglio, dove l’arch. Giovenale definì le statue “Ciociare atletiche ebbre di cattivo vino” – perché le modelle, si diceva, fossero di Anticoli Corrado, vicino Subiaco – mentre il sindaco, don Prospero Colonna, prendeva le distanze dicendo che l’opera era stata “approvata da una Commissione Governativa”.
Di diverso avviso molti altri romani, ansiosi, invece, di ammirare le Naiadi nella loro prorompente nudità. Tanto che il 10 febbraio 1901, sulla piazza si radunò una folla al grido di “E’ ora di finirla, diamo fuoco allo steccato” che fu abbattuto e alcuni riuscirono pure ad aprire le cateratte facendo zampillare l’acqua.
Era presente, l’artista, Mario Rutelli, perché gli studenti di via Panisperna l’avevano avvertito e scortato dall’Albergo Quirinale, dove alloggiava, per farlo assistere a quella improvvisata inaugurazione.
Il giorno dopo ci furono, naturalmente, proteste e richieste di recintare nuovamente lo “scandalo”, ma, con l’antica predisposizione all’ “adattamento”, sindaco e questore decisero di riconoscere che “cosa fatta capo ha” e, anche se il consiglio comunale appositamente riconvocato aveva chiesto modifiche dell’opera, don Prospero, da “nobile romano, sentendosi superiore ad ogni quisquilia, lasciò andare le cose per il proprio verso”.
Rutelli pensò, poi, di aggiungere al centro della fontana un gruppo di statue di animali marini che, però, al popolo non piacque. Lo chiamarono, infatti, “il fritto misto” e fu spostato in piazza Vittorio. Arrivò, poi, il Glauco in lotta con un tritone da cui zampillava acqua.
Anche ora, ma di tanto in tanto.











