Il film “Dio ride” è appena uscito nelle sale cinematografiche italiane. È liberamente ispirato a eventi realmente accaduti. Si dipana nel biennio 1652-1653. Siamo una manciata di anni dal termine della guerra dei trent’anni che pose fine alle guerre di religione in Europa con la pace di Westfalia del 1648, la quale dette vita ad un nuovo ordine internazionale basato sulla sovranità degli Stati.
I luoghi prescelti dal regista sono quelli della Toscana rurale e la vicenda è ambientata idealmente nel senese.
Gli accadimenti sono quelli relativi a frate Leopoldo da Casamacchia (interpretato da Pierfrancesco Favino). Casamacchia è un luogo inesistente, inventato dal religioso perché gli piaceva il nome. L’uomo predica con fervore e convinzione, parla di Dio come nessuno aveva fatto prima di lui. Mentre la Chiesa usa il latino, questo frate espone il Vangelo con una semplicità e una gioia che contagia chi lo ascolta. Le persone che lo stanno a sentire si moltiplicano e non frequentano più la chiesa locale. Con le sue parole dà sollievo e speranza a tutti quelli che si recano fuori della grotta dove vive. Rende tutto leggero, senza trasmettere la cupa punizione del peccato sulla quale insiste la Chiesa del seicento. Un atteggiamento endemico che è scemato solo nel secolo scorso.
La sua concezione e predicazione di Dio è quella di un Dio tra gli uomini che trasmette ilarità e allegrezza, quel Dio che Leopoldo sente dentro di sé e con il quale dice di aver parlato. Un modo totalmente inconsueto per una Chiesa ancora rigida e prigioniera dell’Inquisizione. Il suo Vangelo è raccontato con semplicità e gestualità, non trasmettendo timore ma felicità.
La chiesa senese si sente in pericolo per le inconsuete modalità di predicazione e per i loro contenuti.
Tutto ciò insospettisce la Chiesa istituzionale e l’eco degli eventi giunge sino a Roma dove il Pontefice, Innocenzo X, affida la gestione del caso al Cardinale Maculani (impersonato da Silvio Orlando), il più autorevole inquisitore del periodo, capace di giungere ad abiure senza ricorrere alle torture. Un abile diplomatico affetto da gotta, determinato a evitare atroci sofferenze ai sospetti di eresia in buona fede.
Il processo, che si estrinseca in modalità inattese, con interferenze contrastanti, in particolare della Contessa, vittima di un marito violento e dispotico. La donna, sin dall’inizio, è attratta dal carisma di frate Leopoldo che, con la sua semplicità, parla e distribuisce amore a tutti. Lo stesso Inquisitore vacilla in alcune sue ferme convinzioni derivanti dalla sua lunghissima esperienza in materia. Taluni eventi sembrano mettere in discussione certezze precedentemente incrollabili. Frate Leopoldo da Casamacchia oscilla tra abiura e convinzione nel suo Dio gioioso che sente nel suo corpo. Il Cardinale Maculani è l’arbitro dei sentimenti del frate del quale ne comprende la sincerità e la lontananza dall’eresia. Rimane un eminente e ascoltato membro dell’Inquisizione che deve obbedire al Papa e alle regole della Chiesa post riforma protestante.
Inutile evidenziare che le interpretazioni di Pierfrancesco Favino e di Silvio Orlando sono magistrali, senza nulla togliere ad Alma Noce che interpreta la sfortunata e vessata contessa Isabella Del Debbio. Nella cruda e triste realtà dei secoli passati è un film da vedere con passione, comprensione e amore verso il prossimo.
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