“Il vizio appoggiato al braccio del crimine”, così il visconte René de Chateaubriand (1768-1848) definì due inquietanti personaggi che in una notte del luglio 1815 si recano dal Re di Francia Luigi XVIII (1755-1824), che regnò dal 1814 alla morte, per prestare giuramento di fedeltà e promettere il loro appoggio, indispensabile per restaurare la monarchia.
Non fu certo il loro primo giuramento: i due erano soliti porsi al servizio del potente di turno assicurandogli eterna lealtà, rinnegando tutto quando le fortune di costui iniziavano a declinare. Poi pronti a schierarsi, non c’è bisogno di dirlo, con il nuovo astro del momento.
I personaggi verso i quali Chateaubriand provava un odio mortale, definiti dai contemporanei “banderuole”, resteranno impressi nella memoria collettiva come abili politici e scaltri traditori. Passarono indenni, grazie al loro cinismo, attraverso rivoluzioni e cambi di governo. Sopravvissero all’Ancien Régime e a Luigi XVI, alla Rivoluzione nelle sue varie fasi, al Consolato e all’Impero di Napoleone. Rimasero sulla cresta dell’onda, godettero di una bella vita e realizzarono straordinarie fortune personali.
Il primo, il “vizio”, era un nobile, elegante, sarcastico, colto, spendaccione, sregolato: Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord (1754-1838). Fu fine diplomatico, raffinato viveur, estimatore del gentil sesso, amico di tutte le persone più importanti d’Europa, presidente del governo provvisorio dopo la prima abdicazione di Napoleone ma soprattutto, per lunghissimo tempo, Ministro degli Esteri, divenendo quasi la personificazione del Dicastero.
Il secondo, il “crimine”, era Joseph Fouché (1759-1820), un ex plebeo, figlio di marinai. Aveva occhi glaciali, labbra sottili e mani sporche di sangue. Fu geniale nell’arte di spiare tutto e tutti, conoscere ogni cosa su chiunque per collocarsi sempre in posizione di forza. Austero e inquietante, si era fatto largo con metodi alquanto discutibili durante la Rivoluzione. Nominato duca d’Otranto dall’Imperatore, presiedette il nuovo governo provvisorio dopo Waterloo. È, da sempre, conosciuto come eterno ministro della Polizia. Pare abbia detto: “Io e la Polizia siamo una cosa sola”.
L’intesa che li univa, poco solida ed episodica, era dettata da mere ragioni di convenienza. I due si detestavano. Nel corso dei tumultuosi anni strinsero intese utilitaristiche che presto si dissolsero.
Nell’ultima fase dell’epopea napoleonica Talleyrand e Fouché collaborarono per sbarazzarsi di Bonaparte. In precedenza si erano dati da fare singolarmente per controllarlo e spiarlo, riferendo ogni mossa e ogni strategia, lautamente ricompensate, ai suoi più acerrimi nemici. Ambedue erano uomini di potere, innamorati del potere e disposti a tutto pur di non perderlo. Vissero vite parallele: si incontrarono, si scontrarono, raramente si allearono. Lo fecero, strumentalmente, trattando segretamente con l’Austria, la Russia e l’Inghilterra, desiderose di schiacciare Bonaparte. Di fatto si macchiarono di alto tradimento verso l’Imperatore e quindi della Francia.
Talleyrand si giustificò affermando: “Non ho mai abbandonato un principe prima che si fosse abbandonato da solo”, “Non ho tradito io Napoleone, ma Waterloo”, “Infedele ai regimi sono stato fedele alla Francia”. La sua “fedeltà” era congeniale a una sua personale idea di Francia e alle opportunità, utilità, economiche e di potere conseguenti.
I due, consumati traditori, abilissimi spioni e sottili strateghi politici, erano accomunati da trascorsi ecclesiastici per cui, con disprezzo, vennero definiti “spretati”.
Talleyrand aveva preso malvolentieri i voti; nominato abate di Périgord e vescovo di Autun, fece parte degli Stati generali del maggio 1789. Dimessosi dalla diocesi, abbandonò progressivamente l’esercizio del ministero ecclesiastico. Nel 1802 il Papa gli concesse la secolarizzazione;
Fouché fu seminarista, insegnò per un decennio ai fanciulli dell’oratorio ma non prese i voti benché tonsurato. Aderì alla Rivoluzione, fu eletto deputato; divenuto un crudele persecutore di preti e suore, votò a favore della morte del Re.
La Rivoluzione fu la levatrice di Talleyrand e Fouché, un “ascensore sociale” che consentì loro di raggiungere inaspettate vette.
Nel gennaio 1793 Talleyrand riparò in Inghilterra e poi negli Stati Uniti, in attesa di tempi migliori, poiché comprese per un aristocratico di antica stirpe la situazione si faceva sempre più rischiosa. All’inizio degli Stati generali del maggio 1789, e successivamente, Talleyrand credeva di poter gestire il cambiamento in atto, divenendo addirittura una sorta di trait d’union segreto fra Luigi XVI ed i delegati e il Terzo Stato. Pensò di proporsi come “grande traghettatore insieme al geniale Conte di Mirabeau (1749-1791) verso una monarchia costituzionale.
Fouché, diversamente, cavalcò l’onda montante, dimostrandosi più feroce di molti sanculotti. L’antico seminarista si distinse per efferatezza; ideò un sistema più spedito della ghigliottina: le cannonate “collettive” contro prigionieri inermi e legati insieme. La storia lo ricorda come “il mitragliatore di Lione”. A un certo punto il vento mutò e Fouché realizzò che il suo vero nemico era Robespierre (1758-1794), l’”Incorruttibile”, che da sempre lo detestava. Gli rimanevano pochissime alternative per sopravvivere. Unica chance era la morte del tiranno che venne ghigliottinato nel 1794.
Il manovratore del tracollo di Robespierre fu Fouché, il quale commentò trionfante: “Robespierre diceva: Bisogna che entro 15 giorni la testa di Fouché o la mia cada sul patibolo. È stata la sua, a cadere”.
Con l’avvento del Direttorio i destini di Talleyrand e Fouché si ricongiunsero.
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