Giuseppe Bodi, ricostruendo su Giano.news nascita, fini e fine di Gladio, non esclude che il modello possa non essere stato mandato negli archivi ex sovietici di Mosca, come invece avvenne da noi col discorso del capo del governo Giulio Andreotti alla Camera, il 24 ottobre 1990.
Presidente della Repubblica era Francesco Cossiga che – disse a Piero Testoni (La passione e la politica – Rizzoli 2000) -non si considerava “sia chiaro, uno dei padri di Gladio. Io ho svolto un ruolo davvero minimo”. Quando, però, “la vicenda fu buttata sul piatto all’improvviso” con la decisione del presidente del consiglio di aprire gli archivi del SISDE al procuratore veneziano Felice Casson, volle comunque assumersi “le responsabilità e non solo quelle di mia pertinenza. Anche perché tanti, troppi facevano finta di niente”.
I veri padri erano stati Moro e Taviani, ma anche Spadolini che sottoscrisse importanti protocolli riorganizzativi, seppure – chiosa Cossiga – “Non so se comprese esattamente i documenti che firmò”. Invece, scrisse Indro Montanelli il 4 novembre: “Ora, Fanfani, Spadolini, Craxi – tutti e tre ex presidenti del consiglio – dichiarano di non averne mai sentito parlare. Ma ci sembrava sottinteso che, contro un Gladio (Rosso) come quello del PCI, tuttora armato e pronto a entrare in azione a un cenno di Mosca, la NATO avesse provveduto a programmarne un altro”.
Perché la decisione di Andreotti, che, inoltre, non è chiaro se ne abbia informato gli Alleati? Esclusa l’ipotesi esoterica dello stesso Montanelli (“lo sanno soltanto Dio, Andreotti e il Diavolo, a meno che Andreotti e il Diavolo non facciano tutt’uno”), secondo Cossiga “Andreotti, a differenza di Moro non ha mai creduto a questo genere di cose” e ormai – all’epoca – riteneva superata anche la Nato, dopo la fine della competizione dell’Occidente con l’Unione Sovietica.
Alla Camera parlò, quasi minimizzando, di una “istituzione che esiste nel quadro NATO e che, riproducendo quella vissuta nel periodo dell’occupazione nazista, prevedeva che in caso di occupazione di forze nemiche, vi fosse una rete di salvaguardia sia di informazione che di reazione. Nel clima di sicurezza che si sta fortunatamente sviluppando ritengo che l’Alleanza possa sopprimere questa forma di sicurezza”. Poiché il giudice Casson voleva verificare se in questo “nucleo c’erano persone su cui stava indagando e siccome non c’è assolutamente niente da nascondere gli abbiamo aperto gli archivi”.
Ai comunisti, comunque, questa semplificazione non piacque e l’on.Ugo Pecchioli, ministro dell’Interno ombra del PCI, stigmatizzò: “E’ una cosa gravissima, si tratta di una organizzazione segreta anticomunista”.
In effetti, pensò Cossiga: “erano preoccupati che noi venissimo a sapere cose che avrebbero potuto metterli in imbarazzo e che conoscevamo già…. chilometri di intercettazione telefonica dell’ambasciata sovietica a Roma” la quale, naturalmente, univa alla funzione di rappresentanza nei confronti dello Stato italiano anche quella del PCUS presso il PCI.
Informazioni riguardanti anche passaggi di denaro. Quello, in particolare, transitato dal KGB e che i nuovi governanti in tempi di glasnot volevano rintracciare. Pare che Giovanni Falcone, proprio pochi giorni dopo che fu ucciso, era previsto che andasse in Unione Sovietica “per un inizio di collaborazione” in proposito.
Annotò Andreotti” I comunisti hanno i loro problemi, a cominciare dalla ragione sociale e il 29 novembre ho tagliato corto dando ordine formale di scioglimento di Gladio”.
Meno di quarant’anni dopo: la Russia comunista non c’è più, l’America del presidente Trump è meno interessata alla Nato, Putin, dal KGB è passato al Cremlino. E pare, non gli basti.
Il resto, le ipotesi su cui Bodi invita a riflettere,…è vita.











