I blocchi stradali sono una radiografia involontaria. Mostrano le ossa di un sistema che raramente si mette a nudo.
Nel Foggiano la coda di olivicoltori e autotrasportatori ha toccato i sedici chilometri. Trattori, camion, autocisterne sulla stessa corsia: cartelli diversi, stessa stanchezza. A Taranto gli operai dell’ex Ilva scioperano da giorni, e a pochi metri la raffineria da cui parte il gasolio di Puglia, Calabria e Basilicata ha smesso di caricare. Per strada c’è chi versa latte sull’asfalto e chi brucia la propria tessera elettorale. Arterie logistiche e intere città interrotte. Le pompe si prosciugano, gli scaffali dei supermercati mostrano il fondo.
Nei telegiornali quasi niente.
Agricoltori, olivicoltori, autotrasportatori, operai dell’acciaio. Nessun tavolo comune ma condividono la stessa data sul calendario. Il gasolio costa all’olivicoltore più della raccolta, le olive restano sull’albero perché staccarle rende meno di quanto costi farlo. Per il pescatore il carburante è la voce che decide se uscire in mare o restare in porto, per l’autotrasportatore, se il viaggio copre i costi. Sullo sfondo, si aggiungono prodotti importati a prezzi che nessun campo italiano può pareggiare. Forse la simultaneità è la parte meno sorprendente. Le stesse pressioni si accumulavano da anni negli stessi punti della catena. La domanda è perché ce ne accorgiamo soltanto quando la strada si chiude.
Il Sud è il punto in cui il Paese concentra i nodi e scarica i costi. Da una raffineria di Taranto dipendono tre regioni, attorno all’acciaieria vive un indotto che va molto oltre la città, e la Puglia da sola produce circa metà dell’olio italiano, in una regione che da anni convive con la Xylella. Tutto questo poggia su una regola silenziosa, scorte basse, merce in viaggio appena in tempo, il magazzino in gran parte sulla strada. Funziona a condizione che ogni anello arrivi puntuale. Non contempla l’anello che si ferma, e così il vuoto raggiunge il carrello di chi sta a mille chilometri, che non saprà perché.
La faccenda va oltre le categorie che protestano. Si dà per scontata una rete produttiva e logistica sofisticatissima, che regge una parte enorme del Made in Italy. Quattro mondi diversi, un solo sistema che per anni ha spostato i costi verso il fondo della catena, e che oggi li vede cedere insieme.
Sono soli. Nessuno li ha convocati, nessuno ha risposto. Mentre le file si allungano davanti ai distributori, manca qualcosa di più difficile del carburante: qualcuno che dica loro, e a chi li guarda, che cosa vale oggi il loro lavoro. E quanto vale il Made in Italy che producono.
Robin Hood, nel libro di Alexandre Dumas padre (1802-1870), era il ladro che toglieva ai ricchi per dare ai poveri.
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