Le piattaforme digitali di aggregazione sociale sono congegnate per creare dipendenza nei propri utilizzatori e ogni dettaglio del design e delle dinamiche di funzionamento è studiato per risucchiare chi accede.
Come chi spaccia droga la offre gratuitamente a chi non ha mai provato determinate emozioni, i social network hanno regalato una possibilità di svago ad una vasta platea di soggetti con il deliberato progetto di imprigionare il maggior numero di persone possibile.
Il proposito di conoscere interessi, convinzioni, gusti, passioni e abitudini degli utenti e di condizionarne opinioni e preferenze è stato, purtroppo, centrato in pieno.
La gente – anche con scolarità e cultura che avrebbero dovuto immunizzare da certi scivoloni – si è fatta accalappiare dalle suadenti note del virtuale Pifferaio Magico di turno e poco alla volta ha maturato il bisogno di raggiungere quello specifico contesto telematico e di stazionarvi perdendo la cognizione del tempo in una sorta di ebbrezza incontenibile.
Questi moderni ubriachi – dopo un po’ di “bicchieri” offerti gratuitamente dai baristi di Facebook, Instagram o TikTok – hanno persino sentito la necessità di pagare il biglietto di ingresso accettando di versare denaro nella speranza di un migliore trattamento e di un minore carico pubblicitario.
Naturalmente le Autorità preposte a contrastare questo fin troppo evidente sfacelo fanno poco, vuoi per “ragioni di opportunità” politica e commerciale, vuoi per una sostanziale incompetenza in materia, vuoi per una ridotta disponibilità di risorse qualificate da impiegare per un duello senza dubbio impari.
Se qualcuno avesse studiato almeno alle scuole elementari, anche se è azzardato puntare tutto sulle energie culturali, probabilmente farebbe tesoro del confronto armato tra gli Orazi e i Curiazi. Basterebbe capire che si deve affrontare un nemico per volta, individuandone i punti deboli e sperando di far tesoro dell’esperienza fatta per applicarla con il successivo avversario.
Quell’ “uno per volta” può essere – per libera scelta tattica – o il singolo social network o il singolo fenomeno ripetuto su tutte le piattaforme. L’importante è ridurre l’ampiezza dello spettro di azione, così da concentrare lo sforzo e ottenere un risultato corrispondente alle buone intenzioni e soprattutto al dovere istituzionale.
Come Frankestein Junior scandiva a squarciagola “SI – PUO’ – FARE”, posso assicurare con la mia esperienza di Presidente del Garante Privacy di San Marino che anche i ciclopi dell’intrattenimento digitale si possono ricondurre al rispetto delle norme in barba al loro volume di fuoco e alla loro capacità di interferire a qualunque livello.
La storia del piccolo Davide sammarinese e degli agguerriti Golia di Facebook e TikTok è la dimostrazione che – se si vuole – si riesce ad andare a segno anche quando nemmeno la tua squadra è convinta di farlo.
Adesso la Commissione Europea ha deciso di affrontare il problema della “dipendenza dai social media” e ha puntato i propri cannoni contro lo “scrolling”, ovvero lo scorrimento infinito dei contenuti che incolla l’utente dinanzi al display di smartphone, tablet e computer. Tale dinamica fa sprofondare il fruitore in una voragine senza fine, che non offre alcun appiglio per frenare la caduta e non consente più di risalire “all’aria aperta”.
Nel mirino al momento c’è TikTok, ma il problema (e la soluzione) tocca tutte le piattaforme di questo genere.
Il rimedio (naturalmente da imporre non senza incontrare tutte le difficoltà tecniche e legali che sventoleranno i destinatari di precisi obblighi) sta nel fissare alcune regole di funzionamento. Cose banali, ma efficaci.
La pretesa di Bruxelles consiste nella disattivazione dello scorrimento infinito, nell’impostazione di pause rigide e non dribblabili per chi sta dinanzi allo schermo, la modifica dei sistemi di notifica e di raccomandazione dei contenuti.
La strada è quella giusta e occorre percorrerla senza indugi.
Il palcoscenico dell’inquietante conflitto iraniano non vede in campo solo chi attivamente sta bombardando e massacrando.
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