Chi pensa che a dominare il pianeta saranno Trump, Putin o qualche altro leader politico si sbaglia di grosso.
Sorprende chi urla all’anziano e claudicante spettro del comunismo, quando la minaccia è la tecnocrazia che silenziosamente e con l’involontaria complicità di tutti si è insediata e ora si sta sistemando sul trono alla ricerca della posizione più confortevole.
E’ sufficiente una giornata senza WhatsApp o privi della connessione ad Internet per invocare lunga vita a questo o quel Re da cui dipende il funzionamento di un certo servizio. Ci si accorge di esser stati ridotti in schiavitù e ci si blinda dietro il ritrito “ma io non…” cui seguono le più inconsistenti giustificazioni o immaginarie contromisure.
Elon Musk che – staccando banalmente la spina di StarLink – acceca la contraerea ucraina è la plateale dimostrazione che per cambiare il destino delle guerre basta un interruttore e non servono chissà quali armamenti. Purtroppo non avendo noi quel pulsante, siamo costretti ad accettare la spartizione del globo terraqueo (quello di cui parla la Premier) e il sovrastante strato virtuale (che rappresenta la nuova geografia) tra soggetti senza scrupoli che adesso vendemmiano dopo aver curato nei dettagli le loro vigne.
La politica sembra disinteressata a quel che sta succedendo, ma la politica – si sa – non di rado è fatta da chi non aveva altro mestiere e tanto meno quello di governare e amministrare.
Dalle nostre parti si pensa a potenziare le Forze Armate, operazione che ingrassa il bilancio delle aziende che producono strumenti di morte e non incrementa il livello di sicurezza nazionale. La Difesa è fatta di addestramento, di studio, di cultura e non solo di strumenti. I bersaglieri che si sono sparati tra di loro in una recentissima esercitazione NATO in Lettonia è la dimostrazione di una mortificante impreparazione e qui ci si preoccupa di comprare ed appaltare.
Le moderne dotazioni belliche sono spaventosi prodigi tecnologici che incarnano la miglior “pallottola spuntata”. Tutte quelle cose funzionano se il software di base (i sistemi operativi) non frana sotto piedi, se le procedure automatizzate non hanno bug che appaiono chissà quando, se i sistemi di geolocalizzazione satellitare non vanno in tilt, se le comunicazioni digitali sono stabili e non risentono di interferenze…
Nessuno degli ingredienti delle fondamenta è italiano e forse nemmeno europeo. La lezione impartita da Elon Musk, con la disattivazione della sua rete di satelliti che erano indispensabili a Zelensky per individuare a missili che piovono su Kiev o altrove, è a dir poco allucinante. Lo è per la scorrettezza e la slealtà di un personaggio che probabilmente scarica così il peso di una infanzia terribile probabilmente costellata di bullismo sfrenato nei suoi confronti. Lo è per l’evidenza dei nuovi equilibri, radicalmente diversi da quelli che si potevano immaginare in altri tempi.
Assistiamo impassibili dinanzi alla prepotenza del signor Musk, a quella di Zuckerberg (che ci controlla con Facebook, Instagram e WhatsApp) o Bezos (che con Amazon, dove affama i dipendenti, ha distrutto la nostra economia) o dei tanti altri principi, vassalli e valvassori dello scenario hi-tech.
Non si dimentichi che Elon Musk con i suoi attrezzi in orbita ha occupato il nostro cielo con lo stesso diritto che i ragazzi di Askatasuma avevano per piazzarsi a Torino nell’edificio di corso Regina Margherita 47. Ma nessuno si permette di alzare la voce e tantomeno di farlo sgomberare.
Ne riparliamo quando il primo satellite ci cascherà sulla testa più da vicino di quanto non sia già accaduto.
A mali estremi, estremi rimedi, avrà pensato chi ha letto il titolo del corsivo ritenendo l’iniziativa appena adottata davvero risolutoria…
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