Ci sono uomini che non si limitano a comandare, ma tracciano sentieri. Franco Angioni è stato certamente uno di loro. Addio al Generale inventore e creatore del “modello italiano” delle missioni di pace che scompare alla veneranda età di 92 anni. L’Italia militare e politica piange la scomparsa di una delle sue figure più carismatiche e rispettate: il generale di Corpo d’Armata Franco Angioni è morto nella sua città natale, Civitavecchia.
Nato il 25 agosto 1933, sotto il segno astrale del Leone, Angioni ha segnato la storia delle Forze Armate italiane non solo per la sua capacità di comando sul campo, ma per aver inaugurato un approccio umanitario e dialogante nelle missioni di pace all’estero, sistema noto come “modello italiano”. La notizia della sua morte, appena diffusasi sui moderni mezzi di comunicazione sociali ha suscitato un’ondata di profonda commozione e cordoglio tra ex commilitoni, politici ed istituzioni, con in testa il ministro della Difesa Guido Crosetto che lo ha definito “un riferimento per l’intera Difesa”.
Una vita dedicata all’Esercito: dalle origini alla Brigata Folgore. Figlio di un sottufficiale dell’Esercito originario di Norbello, in provincia di Oristano, Franco Angioni cresce in un ambiente intriso di valori militari. A soli 16 anni, nel 1949, entra alla prestigiosa Scuola Militare Nunziatella di Napoli, per poi proseguire gli studi all’Accademia Militare di Modena.
La sua carriera decolla rapidamente: paracadutista della leggendaria Brigata “Folgore”, tra il 1977 e il 1978 ricopre il ruolo di vicecomandante dell’unità, dimostrando fin da allora una capacità di comando in equilibrio tra rigore operativo e sensibilità umana. Nel 1986 assume il comando della Forza Mobile del Comando Alleato in Europa, mentre nel 1989 viene nominato Consigliere Militare del Presidente del Consiglio Ciriaco De Mita, un filosofo della Campania Félix prestato alla politica, contestualmente viene promosso a Generale di Corpo d’Armata. Ma è un capitolo specifico della sua vita a renderlo un’ icona nazionale: la missione in Libano.
Nel 1982 fu in Libano che nacque il “modello italiano”.
Nel Settembre di quell’anno il Libano era un teatro di guerra devastante, segnato dalla sanguinosa invasione israeliana e dal tragico massacro nei campi profughi di Sabra e Chatila. In questo contesto di caos e instabilità, l’Italia decise di partecipare alla Forza Multinazionale di Pace, inviando il suo primo contingente militare operativo all’estero dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Vi era stato un unico altro precedente. L’ Italia infatti non partecipó militarmente alla guerra di Corea, ma invió un contingente sanitario militare della Croce Rossa Italiana : l’ ospedale da campo nr. 68 , attivo dal 1951 al 1955. Questa missione di carattere esclusivamente logistico, pur non armata , rappresentó il primo impiego italiano all’ estero in assoluto dopo la seconda guerra mondiale, segnando un momento storico di reinserimento internazionale .
Ma fu la missione in Libano quella che rappresenta il primo contingente militare operativo . Inizialmente sotto egida dell’ ONU fu ostacolata dal veto sovietico. Cosí nacque una forza multinazionale composta da Italia , Francia e Stati Uniti. Questi ultimi due paesi soffrirono attentati di vaste proporzioni nei loro alloggiamenti con gravissime perdite umane , 58 la Francia e 241 gli Stati Uniti, mentre il contingente italiano se la cavó con solo 4 vittime.
Nonostante ció ogni perdita italiana fu profondamente sentita dato che era il ritorno italiano in un teatro operativo estero dopo la seconda guerra mondiale. Al comando di Italcon , il contingente italiano, giunse ad impiegare fino a 2.500 uomini, venne nominato comandante il colonnello di fanteria paracadutista Franco Angioni, allora 49enne.
Angioni trasformó quella che poteva essere una semplice operazione militare in un ponte di dialogo tra culture. Invece di imporre un approccio rigido, spinse i suoi soldati a immergersi nella realtà locale: distribuendo libri sulla storia e la cultura libanese, incoraggiando scambi con la popolazione civile e promuovendo un “rigore operativo unito a umanità”.
Questo metodo, che bilancia efficacia bellica e sensibilitá diplomatica, diventó il “modello italiano” , un esempio esportato in successive missioni ONU e NATO, dal Kosovo, alla Bosnia , a El Salvador, Guatemala e all’Afghanistan. Indimenticabile rimane la sua stretta amicizia con il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che effettuó una visita in Libano nel 1983.
Molto celebri le foto di Pertini accanto ad Angioni, entrambi con lo sguardo determinato ma sereno, a simbolo di un’Italia che riesce ad unire cuore e disciplina. Angioni guidó Italcon fino al 1984, lasciando un’eredità di rispetto guadagnato sul campo: i militari italiani non erano più solo “caschi blu”, ma mediatori credibili. Angioni non era alla ricerca della gloria ma della coerenza e la ottenne con il rispetto di tutti.
Si può tranquillamente affermare che ogni militare italiano impiegato all’ estero dopo di lui gli deve gratitudine , perché Angioni aveva dimostrato che si può essere soldati senza essere invasori e che si può portare la pace senza perdere la dignità. Anch’ io personalmente ho uno straordinario debito di gratitudine verso il generale Angioni .
Ricordo tra il 1982 ed il 1984 da giovane sottotenente a Roma alla Scuola Ufficiali l’ attenta compilazione della Rassegna stampa dei giornali , nella quale con grande accuratezza seguivamo con grande attenzione le gesta di questo Colonello che ai miei occhi appariva come una figura mista tra un personaggio mitologico classico come Ercole intento nelle sue fatiche ed al tempo stesso un Patriarca biblico come Mosé che conduceva i suoi uomini nell’ attraversamento di luoghi impervi come il Mar Rosso o il Sinai fino a giungere al Monte Nebo per vedere la terra promessa.
Se ho successivamente trovato la forza per partire come osservatore in El Salvador e come capocontingente in Bosnia e Guatemala lo devo a lui. Pensavo sempre che se lui era riuscito e ce l’ aveva fatta potevo farcela anch’io, in fondo avevo frequentato le sue stesse scuole .
Angioni con il suo metodo mi ha insegnato indirettamente che il Coraggio non é urlare, ma restare, che la pace non si impone ma si costruisce giorno dopo giorno con dignità e disciplina. Mi tornava sempre in mente che anche lui aveva frequentato la Scuola Militare di Napoli e l’ Accademia di Modena ed era riuscito a riportare ordine e stabilitá in Libano perché non potevo farcela anch’io. Non ero un paracadutista della gloriosa Folgore, ma il corso di paracadutismo alla Smipar di Pisa lo avevo frequentato con tanto di lanci ed ottimi risultati nella corsa di resistenza di 5000 metri nella pineta intorno Camp Darby.
L’ambiente paracadutista era stimolante e mi ero trovato bene tra loro, la punta della lancia della nostra fanteria, quelli eroici sempre inviati a risolvere le missioni più difficili , a volte guasconi e spacconi ma anche con elementi di grande saggezza ed autorevolezza come Franco Angioni. C’è una seconda feconda parte nella vita del Generale Angioni che va doverosamente ricordata e che potremmo definire in breve : del passaggio dalla divisa alla politica; un impegno civile instancabile. Congedato dal servizio attivo, Angioni non si ritiró in un meritorio silenzio.
Entró in politica con la stessa dedizione che lo aveva contraddistinto in uniforme. Nel 2001, su indicazione dell’ex ministro Valdo Spini , allora presidente della Direzione dei Democratici di Sinistra, venne eletto deputato alla Camera come indipendente nelle liste DS.
Ricoprí l’incarico con grande onore e pacatezza consueta, contribuendo a rafforzare i legami tra Forze Armate e istituzioni democratiche , un ponte essenziale in un Paese dove i due mondi sono spesso percepiti come distanti, fino alla sua scomparsa Presidente Onorario dell’ Associazione Nazionale ex- Allievi della Scuola militare di Napoli .
La scomparsa di Angioni ha unito generazioni e schieramenti. “Sono profondamente addolorato per la scomparsa del Generale di Corpo d’Armata Franco Angioni. Figura carismatica e militare dallo stile di comando inconfondibile, lo ricordiamo per i numerosi e prestigiosi incarichi ricoperti”, ha scritto su X il ministro Guido Crosetto .
Sarebbero stati dunque auspicabili per lui dei Funerali di Stato anche in un’ epoca di centrodestra poiché rappresenterebbero una lezione di equità politica , ovvero onorare una figura altamente meritevole a prescindere dalle inclinazioni politiche come avviene nei sistemi consolidati in definitiva stiamo accuratamente descrivendo il primo Comandante operativo militare della prima operazione fuori area terrestre delle Forze Armate del nostro paese dopo la 2a Guerra Mondiale.
Franco Angioni é morto ma non è scomparso. É diventato il passo sicuro di ogni soldato italiano che cammina in terra straniera con la testa alta, la schiena diritta ed il cuore aperto. Il Generale Franco Angioni si avvia a raggiungere la schiera degli Ex Allievi della Scuola Militare di Napoli che appartengono al nostro mitico Pantheon immaginario : Carlo Pisacane , lo sfortunato eroe risorgimentale , Amedeo di Savoia Aosta , eroe dell’ Amba Alagi, e tutte le altre medaglie d’ oro al Valor Militare tra cui le ultime di Francesco Gentile, Valerio Gildoni mio Tenente a Firenze, Rosario Aiosa ancora vivente e tutti gli altri mille coraggiosi pionieri ed esploratori che quel collegio militare di Napoli ha formato negli ultimi due secoli.
Cito solo alcuni Carmelo Burgio, sopravvissuto a Nassiryah e pluriveterano di innumerevoli missioni Sergio De Caprio, il capitano ultimo, mistico fratello ed amico, e invito tutti noi in preghiera insieme perché il passaggio nel Bardo di questo equilibrato e prode guerriero , diplomatico e politico sia soave e lo conduca nel Cielo dinanzi al Dio biblico Signore degli Eserciti tra le schiere degli Angeli, e Cherubini con alla testa gli Arcangeli Michele , Raffaele e Gabriele .
Voglio chiudere con una piccola riflessione conclusiva alla maniera di Garcia Lorca un grande poeta : tarderá molto a nascere se nasce un italiano cosí chiaro , cosí ricco d’ avventura. Ma per un gran debito di riconoscenza io lo canto per la sua eleganza , con parole che gemono e stanotte odo frusciare una brezza triste tra gli olivi tra cui scrivo .
Folgore Comandante Condor Folgore.












