Nel 1971 il New York Times più volte paragonò l’Italia al Cile (Spaghetti in salsa cilena), dove le proteste – dicono sotto osservazione della CIA – portarono, due anni dopo, con lo sciopero degli autotrasportatori, alla caduta del governo democratico di Salvator Allende e al sanguinoso golpe del generale Augusto Pinochet.
Era l’11 settembre (come si ripetono certe date!) e il 28 successivo il capo dell’opposizione italiana Enrico Berlinguer scrisse per Rinascita un articolo intitolato “Imperialismo e coesistenza alla luce dei fatti cileni”, cui seguirono, in ottobre, altre due “Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile”.
Non si sa se le sue tesi fossero condivise da tutto il partito, commentò su L’Espresso, Livio Zanetti, ma il segretario del PCI ebbe chiara la delicatezza e pericolosità della situazione sociale per l’ordine democratico che pure in Italia si stava vivendo e non ebbe timore di affermare la necessità di “un’opposizione diversa”, abbandonando decisamente il miraggio della rivoluzione proletaria.
Tra chi puntava ad un accordo fra le sole forze di sinistra e chi vagheggiava un matrimonio con la DC, Berlinguer ipotizzò una terza via, quella del confronto aperto anche con l’avversario di sempre. Ipotizzando un “blocco storico”, anzitutto culturale e fuori dalla propaganda, tra le grandi forze democratiche, che consentirà, poi, al Paese di attraversare, senza danno per la democrazia, momenti più bui degli attuali: il terrorismo, gli assassini proletari, il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro.
I tempi cambiano, ma le situazioni richiedono, in certi momenti, tra chi vuole davvero essere onesto operatore politico, di abbandonare lo stridore delle urla e delle affermazioni da agit prop a favore di diretta televisiva o nei talk show e non temere di richiamare se stessi, per primi, e la comunità nazionale all’insegnamento di Aldo Moro, non sempre – forse volutamente – ricordato: “Questo paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere”.
Lo disse alla Camera nel 1978 e – di fronte a certi estremismi nelle proteste ed al fenomeno “inedito” (copyright Mattarella) dei poco più che bambini il cui obiettivo è parso essere quello dell’arraffare un capo d’abbigliamento firmato – è giusto rinnovare quel monito. Per tutti.
Alle forze rivoluzionarie – che sempre sono state determinanti nello scuotere le società, seppure molte volte in modo fallimentare, arrivando a… mangiare se stesse – non pare inopportuno far, invece, memoria dell’insegnamento di Enrico Berlinguer “L’obiettivo di trasformare una realtà storica e sociale muove sempre dalla visione del possibile, unendo la combattività e la risolutezza alla prudenza e alla capacità di manovra”(12 ottobre 1973).
Moro e Berlinguer, ispiratori di tanta parte della sinistra democratica di questo paese il quale – seppur in forme e tempi diversi – ha scelto la via dell’Europa che, però, si sta rivelando sempre più vaso di coccio tra quelli di ferro, USA, Russia e Cina.
Peraltro, sotto il dominio dell’Ignoto ICS, come qualcuno chiama le Big tech, in grado di arrivare, senza intermediari, alle coscienze di ognuno. Soprattutto, le più fragili culturalmente o per età. Quelle in formazione dei giovani e con una capacità pervasiva e persuasiva, insomma con una autorità che scuola – cioè stato – e famiglia non sembrano più possedere comme il faut.
E pensare che la Parte Prima della Costituzione, ovunque invocata, è intitolata Diritti e doveri dei cittadini. Ma anche, anzi prima di tutti, della classe politica, governo e opposizione.
Perché la protesta è solo la parte emergente di una situazione economica e sociale, individuale e collettiva che richiede l’impegno urgente a “rimuovere gli ostacoli…che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti” (art. 3 Cost.). Protesta non ingiustificata e ostacoli che non sono né piccoli, né pochi.
La spiegazione di questo vecchio proverbio è sin troppo nota. Cerchiamo di inquadrarla nell’attualità di questi giorni.
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