Nella Galleria degli Uffizi di Firenze è custodita una Coperta di ritratto con grottesche: un dipinto a olio su tavola attribuito a Ridolfo del Ghirlandaio (Firenze 1483 – 1561) risalente al 1510 circa. La Coperta – che, secondo alcuni, serviva a proteggere la Donna velata, altro dipinto dello stesso Ridolfo – riporta il motto latino Sua cuique persona, che significa “a ciascuno la sua maschera”. Persona in latino indica la maschera teatrale dell’attore e nasconde un’immagine di sé, un individuo, un personaggio, dall’etrusco phersu. Persona ha altresì un significato prettamente tecnico: la maschera faceva risuonare, “personare”, la voce degli attori, ampliandone il suono in tutto il teatro. In francese personne ha un duplice significato: “persona”, ma anche “nessuno”. Non a caso, nell’Odissea il Ciclope Polifemo urlava agli altri Ciclopi che ad accecarlo era stato Nessuno: nome datosi dall’astuto Ulisse per mascherarsi all’occhio dei ciclopi ed evitare la loro vendetta. Al di là della funzione protettiva, la Coperta cinquecentesca conservata nella Galleria degli Uffizi rappresenta l’efficacia della finzione: strumento necessario per nascondere verità scomode, inenarrabili, e raggiungere i propri obiettivi, in ossequio al “fine giustifica i mezzi” di Machiavelli.
In letteratura, la locuzione “giù la maschera” segna il momento in cui si svela la vera natura dei personaggi: cadono l’inganno, la finzione, le diverse forme di ipocrisia: familiare; amicale; sociale; politica, quella più diffusa. Dostoevskij, Goldoni, Molière, Pirandello, hanno scomposto il tema della maschera nei suoi tanti profili, rappresentando ora le gabbie delle convenzioni sociali, ora quella falsa “perfezione morale”, finalizzata a perseguire l’arricchimento personale, ora i ruoli imposti dagli altri, fino alla “dolorosa nudità” mostrata agli spettatori da chi ha perso la maschera e scopre che la percezione che ha di sé non coincide più con quella degli altri. E perciò si affretta ad indossare una nuova maschera, in quanto, senza inganno, non saprebbe più come porsi al mondo.
Molière, in realtà Jean-Baptiste Poquelin (Parigi 1622 – 1673), nella sua commedia Il Tartufo – rappresentata per la prima volta nel 1664 a Versailles, davanti a Luigi XIV – disvela l’ipocrisia e la finzione di un impostore, maestro nell’arte della manipolazione. Il viscido e perfido Tartufo, mascherato da una finta religiosità che rasenta il fanatismo, si insinua nella mente e nella dimora parigina del ricco Orgone e ne sottomette la personalità fino ad appropriarsi dell’intero patrimonio familiare. A nulla servono i tentativi di smascherare l’inganno posti in essere, ora, dalla moglie Elmira e dalla giovane figlia, ora, dal figlio e dal cognato e persino da Dorina, la cameriera: unica ad avere il razionale coraggio di opporsi frontalmente al padrone. Orgone resta irretito dal falso devoto fino all’ingresso in scena del deus ex machina: un Ufficiale di polizia del Re che arresta Tartufo quale noto truffatore ricercato da tempo.
Nella sua commedia, Molière offre una spietata analisi della vulnerabilità psicologica di Orgone: affetto da un vuoto esistenziale che lo spinge a delegare le proprie responsabilità morali a Tartufo: figura autoritaria e rassicurante, quanto spregevole e ingannevole. Secondo Molière, l’ipocrisia è un efficacissimo strumento di potere, prevaricazione e controllo sociale. Perciò Molière mette in guardia il suo pubblico, ma anche tutti noi, dalla pericolosa rinuncia alla propria indipendenza intellettuale e dall’altrettanto pericolosa tendenza ad affidare il proprio futuro a figure autoritarie quanto mascherate, che si autoalimentano di fanatismo estremo e di slogan sguaiati.
Il “vuoto esistenziale” e la “dipendenza intellettuale” su cui Molière ha costruito la trama de Il Tartufo sembrano essere mali che l’umanità si è trascinata di generazione in generazione, fino ai nostri giorni.
Il pericoloso vuoto di contenuti, nel quale l’egoismo, il fanatismo e le iniziative autoritarie trovano infiniti spazi per attecchire, è stato posto all’attenzione dei giovani da Papa Leone XIV il 22 agosto 2026 al Meeting di Rimini, con parole che non hanno trovato – per ovvie ragioni – il meritato riscontro da parte dei c.dd. mezzi di informazione. È perciò opportuno ricordare nuovamente il valore politico e la bellezza disarmata dell’invito rivolto dal Papa ai giovani: “Liberiamo, dunque, la convivenza dal sospetto, la cultura dalla prepotenza, l’educazione dall’ideologia, il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai business della morte”. “È l’ora della responsabilità… al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni, la cultura cattolica ha oggi da opporre il realismo della misericordia, per il quale non possono esistere nemici e tutti, anche gli avversari, sono fratelli e sorelle da guardare negli occhi e incontrare nella verità”.
Infine, l’Agenda del Papa, il messaggio più forte, con cui Papa Leo ha ribadito l’assoluta preminenza delle persone sulle maschere: “Smascheriamo i rapporti di potere ingiusti, alla radice di povertà e diseguaglianze, della guerra e dei disastri ambientali. Disarmiamo lo sviluppo tecnologico quando si fa pervasivo e distruttivo. Occorrono pionieri coraggiosi, che comincino dalla propria inversione di rotta a rendere convincente e credibile la conversione richiesta a tutti”.
Prendiamo a prestito le definizioni di una fonte sempre attendibile e neutra: la Treccani.
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