Siamo davvero un Paese moderno, lontano da quelle vetuste tradizioni di civiltà che la Costituzione ci ha cucito addosso.
Istinto e immediatezza sono le regole base di chi vuol stare al passo con i tempi, poco importa se le decisioni sono frutto della più forsennata improvvisazione, ancor meno conta se quel che esce dalla bocca di chi dovrebbe pesare le parole e la punteggiatura è una bestialità apocalittica.
In una Nazione dove “Calamandrei” è terza persona singolare del condizionale presente del verbo calamandrare, è fortunatamente difficile intavolare discussioni su qualsivoglia tematica che possa riguardare le prospettive future della giustizia. Perché perdere tempo a ragionare? Perché sciupare ore con dotte dissertazioni quando con un “post” su questa o quella piattaforma Internet si può dire qualunque idiozia e trovare uno straripante seguito di persone nelle medesime condizioni di ignoranza?
L’atmosfera di questi giorni ci dà nitidamente la misura dello scontro sociale, dove ci mancava solo il referendum a spaccare in due una Italia che già barcolla pericolosamente in balia di un destino non entusiasmante.
Nel canyon della profonda imperizia culturale risuona l’eco delle affermazioni più assurde, urlate da chi di processi, udienze e fascicoli ne sa davvero poco o nulla, ma ritiene di poterne disquisire in piena libertà.
In vista della consultazione le cui urne sanciranno la sorte dell’architettura giudiziaria, si esce tramortiti dalla serrata e marziale proposizione di temi totalmente estranei ed incongrui che la gente comune rischia di trangugiare quasi fossero il nettare di chissà quale sapienza.
Con veemenza inaudita sono state addebitate ai magistrati non solo le celeberrime Piaghe d’Egitto, ma figli strappati alle madri, stupratori in libertà, vandali infiltrati da chissà chi nelle manifestazioni pacifiste che rimangono impuniti, onerosi risarcimenti per ingiusta detenzione e così via.
A volte le leggi sono imperfette e chi le vuole diligentemente applicare si ritrova esposto a critiche gratuite da chi le leggi le scrive o comunque le può riscrivere per migliorarne l’efficacia.
Comizi di inaudito pressappochismo mietono consenso tra chi non è abituato a porsi delle domande e a nutrire legittimi dubbi. Basterebbe chiedersi se quel che viene enunciato c’entra qualcosa o – a scelta – se corrisponde a verità. Una fatica improba il verificare certe roboanti dichiarazioni, ne sono convinto.
Chi è abituato a gestire informazioni classifica le fonti con lettere alfabetiche (dove la A è il massimo della attendibilità) e le notizie con numeri (in cui l’1 rappresenta la fondatezza assoluta). Premesso che quando si sente citare “A1” il riferimento è a fatto certo e riportato da soggetto autorevole, si provi a qualificare quel che viene detto e da chi in modo da ragionare se dar credito o meno a determinate narrazioni.
La reputazione della fonte si consolida con verifiche empiriche, riscontrando gli input forniti nel tempo e la loro effettiva manifestazione nella realtà. E’ evidente che se qualcuno favoleggia propositi che non si traducono in pratica probabilmente si guadagna una inconfondibile etichetta di inaffidabilità.
In questo scenario di barbarie comunicative si provi a catalogare la credibilità di chi – in una animata recita al distributore di benzina – lamentava il peso delle pretese erariali e prometteva di cancellare gli iniqui balzelli (in coda la corsivo, il video per chi non lo ricorda). Uno sguardo alla colonnina che eroga il gasolio può bastare per dare la pagella a chi è loquace ma alle proprie dichiarazioni non è abituato a dar seguito.
Ci si dovrebbe fidare? La risposta è la stessa da barrare sulla scheda del referendum, NO.
Il palcoscenico dell’inquietante conflitto iraniano non vede in campo solo chi attivamente sta bombardando e massacrando.
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