Per scrivere sine ira et studio della riforma costituzionale – se prevarranno i SI – o della stessa, ma denegata se i NO saranno di più, meglio rifletterci almeno la notte tra il 23 e il 24 marzo, a scrutinio concluso. A bocce ferme, insomma.
Intanto, rileggere un po’ di storia patria in tema di referendum male non fa… historia magistra.
Magari, cominciando da quello del 1870, a Roma, 12 giorni dopo la breccia di Porta Pia dalla quale entrò “l’esercito italiano, compiendo i lunghi voti dei romani”, fu inciso su marmo.
Era il 2 ottobre e da allora, per altri referendum sull’assetto istituzionale, nella data si ripete stranamente il numero 2: 2 giugno 1946, quando il SI premiò la repubblica, 25 giugno 2006 sulla parte seconda della Costituzione, 20 settembre del 2020 per la riduzione del numero dei parlamentari.
Le votazioni del 1870 si svolsero dalle 10 del mattino alle 6,30 del pomeriggio. I romani erano 226.000, comprese le donne, cui non era consentito votare, ma potevano accompagnare ai seggi figli, mariti e fratelli.
Il quesito riguardava “l’unione al Regno d’Italia”, ma nel bando di indizione si parlava anche – la storia si ripete – di “indipendenza”, quella del pontefice che era anche giudice supremo. A questo aspetto, però –ha scritto Sergio Valentini (Arrivarono i bersaglieri – La Lepre ed.) -“nessuno prestò attenzione”, nonostante quasi la metà dei cittadini, “centomila, aveva fino ad allora campato dell’elemosina del papa cui si dichiarava incrollabilmente fedele”.
E, a dimostrazione che la storia maestra è fatta da uomini, il risultato elettorale premiò abbondantemente i piemontesi che in Vaticano consideravano massoni: oltre quarantamila i SI al cambio di regime e solo 46 i NO. Addirittura, nel rione Borgo, la città Leonina tradizionalmente più papalina e destinata alla extraterritorialità, votarono in 1566 e furono tutti SI.
La campagna elettorale, poi, era stata un po’ all’americana. Bandiere, sfilate, suoni e canti. Venti bande musicali al ritmo della marcia dei bersaglieri e di quella reale, dell’inno di Mameli e di quello di Garibaldi col finalino: “quant’è bello Garibaldi con la bella barba bionda”.
Non mancarono, come consueto, denunce di brogli e irregolarità, compresa la protesta per pressioni psicologiche cui l’elettore era in qualche modo sottoposto. Anche al momento del voto. Infatti, – racconta Antonio Di Pierro (L’ultimo giorno del papa re – Mondadori) – “il cittadino doveva chiedere agli scrutatori la scheda con la scritta SI, oppure quella con la scritta NO e depositarla nell’urna. Nel primo caso, dal pubblico circostante partivano applausi, nel secondo, fischi e insulti”.
Per non dire del tempo che effettivamente aveva avuto ciascun elettore per votare nelle poche ore consentite: dieci secondi ciascuno.
Comunque, la domenica dopo il referendum, il presidente della Giunta provvisoria capitolina, Michelangelo Caetani, un vecchio nobile che, pur essendo cieco, sapeva tutta la Divina Commedia a memoria, andò a Firenze per presentare i risultati al re e quindi far dare subito inizio alle funzioni di Roma capitale d’Italia. Ma – e la storia maestra spesso si ripete – il duca don Michelangelo non aveva fatto i conti con la burocrazia parlamentare: discussione e approvazione di tre leggi (ratifica del plebiscito, trasferimento degli uffici, garanzie del papa).
Oltre che con le titubanze del re, il quale, anche per scaramanzia, tardò fino al 2 luglio 1871 a metter piede al Quirinale, dove una zingara gli aveva predetto che sarebbe morto. E’vero che, in stretto dialetto piemontese, disse: “Finalment i suma”, ma Gregorovius racconta che “aveva una cera fosca e brutta”.
D’altronde, quei primi nove mesi e tredici giorni del nuovo stato non furono facili. Soprattutto in politica estera, temendo che qualche potenza straniera volesse tornare nella penisola col pretesto di reinsediare il papa. Questo non avvenne, ma non perché al referendum avevano vinto i SI.












