Lo scorso giugno il governo degli Stati Uniti, per decreto presidenziale, ha obbligato Anthropic a non consentire ai cittadini stranieri l’accesso a Fable e Mythos, i suoi più performanti modelli di intelligenza artificiale. Così facendo Washington non solo ha deciso di controllare la tecnologia avanzata dell’intelligenza artificiale, ma ha anche dato la sveglia ai politici europei. Metafora del tutto azzeccata. Finora l’Europa ha effettivamente dormito sullo sconvolgimento tecnologico e si è sistemata comodamente nel nuovo mondo IA come consumatore passivo di tecnologia americana. Gli europei si sono svegliati di soprassalto, del tutto impreparati.
In Europa regnano perplessità e incertezza. Il vecchio continente, così fiero dei suoi ingegneri e scienziati, non si permette di essere tra i migliori al mondo nell’universo dell’intelligenza artificiale. Non ha la minima idea di cosa volere, di cosa fare mentre Stati Uniti e Cina sono impegnati in un feroce testa a testa nello sviluppo e nell’applicazione della tecnologia. Noi europei siamo del tutto insignificanti.
I ricercatori della Stanford University redigono ogni anno lo “AI Index Report” per misurare il polso del settore dell’IA. L’Europa è nei primi posti solo per ciò che riguarda la regolamentazione. In termini di prestazioni, i modelli europei di intelligenza artificiale giocano in serie B. Stiamo perdendo visibilità globale anche nelle attività di ricerca, dove le singole università europee avevano finora conseguito notevoli risultati. Sono sempre più spesso superate dalla concorrenza dell’Asia e del Nord America.
Altri indicatori di prestazione, come il numero di brevetti, o gli investimenti in data center, non lasciano presagire nulla di buono.
Cina e Stati Uniti vedono nell’intelligenza artificiale il futuro e si danno molto da fare. L’Europa, invece, causa miopia acuta, esita e diventa sempre più dipendente.
La sveglia di cui sopra da sola non basta. Per scuotere l’Europa occorre cambiarne la mentalità. Invece di procrastinazione, serve azione. Un primo passo è stato fatto nel febbraio 2025, quando la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha partecipato, all’AI Action Summit di Parigi presentando InvestAI, la visione strategica dell’Europa. Un intervento seguito con attenzione da imprenditori, politici, investitori e ricercatori. In sintesi, la von der Leyen ha detto che non è troppo tardi perché l’Unione Europea partecipi alla corsa all’intelligenza artificiale e ha promesso “la mobilitazione” di 200 miliardi di euro in investimenti, di cui 20 miliardi solo per la costruzione di quattro enormi centri di elaborazione dati con un fabbisogno di elettricità di un gigawatt ciascuno. Il messaggio è stato compreso in modo forte e chiaro: l’Europa vuole seriamente partecipare alla competizione globale nell’intelligenza artificiale. Non è più il tempo di parlare, ma quello di fare.
Un anno e mezzo dopo, tuttavia, la realtà fa riflettere.
Il Consiglio europeo, di cui fanno parte i capi di Stato e di governo dei 27 membri dell’UE, vuole mettere il tema dell’intelligenza artificiale in primo piano all’ordine del giorno entro la fine dell’anno. Una novità. Peccato che siano passati tre anni e mezzo dalla nascita di Chat-GPT.
Il settore privato non partecipa alla mobilitazione dei 200 miliardi di euro di investimenti. Le aziende non ritengono che la domanda europea di IA giustifichi una spesa in conto capitale così elevata. Dei quattro mega centri di elaborazione dati previsti, ne sopravvivono solo due e riceveranno i fondi promessi entro il 2028.
La strategia europea dell’intelligenza artificiale si perde in tanti rivoli di attività e piccoli finanziamenti. La visione a lungo termine e gli obiettivi, senza cui la strategia non può esistere, sono difficili da riconoscere, sempre che esistano. La prudenza regna sovrana. Manca entusiasmo. Manca l’ambizione come testimoniato dalla pochezza dell’unico progetto in cui l’Europa cerca di raggiungere l’avanguardia tecnologica: il Frontier AI Grand Challenge. Il concorso, indetto a febbraio 2026, mira a sviluppare un modello europeo di intelligenza artificiale che possa competere con le migliori controparti del mondo. Una intelligenza artificiale di alto livello, in linea con leggi, regolamentazioni e valori etici europei. Obiettivo buone e giusto, almeno sulla carta.
Aziende e istituti di ricerca potevano candidarsi fino ad aprile. A metà giugno, la Commissione UE ha scelto un vincitore: un consorzio guidato dalla start-up italiana Domyn e con la partecipazione della tedesca Fraunhofer. Il CEO di Domyn, Uljan Sharka, grande personaggio, italiano di origini albanesi, dopo l’aggiudicazione ha promesso che tra un anno l’Unione Europea avrà la sua intelligenza artificiale di punta. Domyn è in grado di rispettare questo termine. Ha già esperienza nello sviluppo di modelli di intelligenza artificiale di medie dimensioni per settori regolamentati. Aspettiamo di vedere se quanto verrà partorito sarà, o meno, un modello di punta. C’è motivo di dubitare. Tenendo conto che il numero di parametri è un indicatore approssimativo delle prestazioni di un modello, visto che le specifiche di progetto prevedono l’uso di 400 miliardi di parametri e che i migliori modelli linguistici attuali sono almeno due volte più grandi, ne consegue che la presunta IA di punta europea apparterrà, al massimo, alla classe media dei modelli.
Inoltre, l’Europa ha già un buon modello in questa classe di dimensioni: il Mistral Large 3 dell’omonima azienda francese. Perché rifare qualcosa di esistente? A quanto pare, il motivo è che l’IA francese non soddisfa i requisiti politici che il nuovo modello “sovrano” dovrebbe incarnare. Per esempio il multilinguismo. L’UE vuole un’IA che parli fluentemente tutte le 24 lingue ufficiali dell’Unione. L’IA di Mistral si comporta bene al massimo in quattro di esse. Nobile intento quello di promuovere la diversità culturale al massimo grado. Una chatbot che parla anche irlandese e maltese può essere utile per la pubblica amministrazione, o per gli studi legali. C’è da chiedersi se aumenterà la competitività delle imprese industriali europee.
Infine, per valutare la “forza” di un modello IA, ancora più importante delle dimensioni è lo sforzo di calcolo investito nel suo sviluppo. Per l’addestramento del nuovo modello l’UE mette a disposizione, per un anno, fino al 2,5 per cento della potenza di calcolo della rete europea di supercomputer EuroHPC. Inoltre, ci sono i computer di Domyn. Tanta potenza di calcolo, ma non basta per costruire un modello di IA di alto livello. Nel migliore dei casi quanto viene messo a disposizione rappresenta dall’uno al dieci per cento di quanto è confluito nei migliori modelli attuali di IA. All’ingresso sul mercato a metà del 2027, il modello sovrano europeo, se tutto va bene, sarà inutilmente mediocre.
Rimane aperta la questione che riguarda su quali server girerà il modello prossimo venturo e se ci saranno versioni successive più potenti. I primi sono necessari per stare al passo con il ritmo veloce dello sviluppo. Domyn, in collaborazione con Nvidia, vuole costruire nuovi data center e non dovrebbe avere problemi economici, visti i danarosi investitori che ha a bordo, tra cui la G42 Holding Ltd di Abu Dhabi, strettamente legata alla famiglia regnante negli Emirati Arabi Uniti. Il condizionale però è d’obbligo perché un centro elaborazione dati è un’impresa pluriennale non da poco, anche per le aziende ben finanziate.
La Frontier AI Grand Challenge, di importante ha solo il nome. I suoi obiettivi sono troppo limitati: non mira abbastanza in alto, dà priorità agli obiettivi politici piuttosto che tecnici ed è dotata di risorse insufficienti. A dire il vero le manca quello che manca all’Europa nell’affrontare la sfida dell’intelligenza artificiale, vista come tecnologia del futuro: ambizione. Essere più audaci, senza perdere altro tempo, è indispensabile. L’Europa deve promuovere lo sviluppo dell’IA al livello più avanzato possibile. Solo se dimostra di essere in grado di farlo, sarà in grado di attrarre il capitale necessario e le menti migliori. Denaro e conoscenza sono le risorse essenziali per costruire la sovranità dell’IA europea a lungo termine e per essere allo stesso livello di Stati Uniti e Cina.
Non è una banale questione di prestigio.
I grandi modelli di IA sono la base su cui costruire un’IA altamente specializzata per applicazioni industriali. L’Europa può trarre grandi benefici dalle tecnologie dell’intelligenza artificiale grazie ai massicci databases e alle esperienze di grandi aziende industriali come Siemens, Airbus, Stellantis, Bosch, Leonardo. Se le aziende di punta europee si ritrovassero nell’uso dell’IA in balia delle priorità geopolitiche delle grandi potenze, la loro sarebbe una base assai debole e traballante.
L’Europa deve fare dell’IA una priorità strategica e lottare per l’eccellenza nella tecnologia, ma non da sola. Servono alleanze con i migliori, Stati Uniti e Cina in prima battura senza dimenticare gli altri grandi attori. Per entrare in queste alleanze deve prima fare i compiti. Non è solo una questione di posizione di forza, ma dimostrare di investire in modo massiccio in tutte le maglie della rete del valore dell’IA: dall’approvvigionamento energetico, ai data center, alla formazione e reclutamento dei migliori talenti.
L’Europa deve anche promuovere l’imprenditorialità, rafforzare i mercati dei capitali e ridurre la burocrazia.
Dando priorità all’elemento di cui ha maggiore necessità: l’ambizione.












