Il brutto episodio accaduto in una scuola romana di una periferia ormai non troppo lontana dal semicentro, deve farci riflettere per una serie di aspetti tutt’altro che banali o di gossip. Si è a Centocelle, la scuola è la Giovanni Verga, una scuola media frequentata giovanissimi ragazzi.
Prima di tutto ci si deve chiedere come fa un tredicenne a introdurre in una scuola, e quindi in una classe, un casco e due coltelli. Dove sono i dispositivi tesi a controllare e, di conseguenza, a vietare l’ingresso nelle scuole di coltelli e armi, ovvero dispositivi metallici atti ad offendere e persino uccidere? Cosa ci hanno raccontato i Ministri competenti questa estate? Ci si augura che qualche responsabile della scuola sarà costretto a dare spiegazioni plausibili a tutti poiché, in questi casi, tutti sono a potenziale rischio: insegnanti e alunni. Sicuramente un pessimo inizio di anno scolastico dopo tante rassicurazioni sulla sicurezza nelle scuole. Grida di manzoniana memoria?
Veniamo ai fatti. Un tredicenne entra in classe. Con casco e telecamera, per immortalare in diretta l’eroico gesto nei suoi gruppi social, aggredisce la professoressa di materie letterarie. Prima uno spray urticante e poi tre fendenti con un coltello avente una lama di circa venti centimetri. Non ha fatto in tempo a estrarre il secondo coltello e continuare nell’uso delle lame poiché un compagno di classe, molto coraggiosamente, lo ha fermato, incurante del fatto che anche lui potesse essere oggetto della violenza gratuita del tredicenne. La professoressa ha affermato che lo sguardo dell’aggressore era “freddo e gelido”, probabilmente conseguente a una premeditazione e al “gusto” di una vendetta da tanto tempo agognata.
Riporta la stampa che i giudizi sull’aggressore ondeggino tra il ragazzo tranquillo e quello difficile. Saranno psicologi, psichiatri e Polizia Giudiziaria a dare un giusto profilo al tredicenne. Ci si domanda anche dove fossero i genitori nei periodi in cui il ragazzo, figlio unico, si nutriva di video violenti sui social e come abbia fatto ad acquistare il materiale atto a commettere la violenza verso l’insegnante, rea di avere fatto il proprio dovere con giudizi e voti rapportati alle capacità del ragazzo. Con ogni probabilità voleva punirla e, forse, ucciderla.
Veniamo a un secondo aspetto in merito alla professoressa ormai alla soglia della pensione. Come riportano i quotidiani la professoressa, con spirito cristiano, si è affrettata a perdonare il ragazzo. Avrebbe affermato: “Quello studente l’ho già perdonato. Vorrei abbracciarlo”. Vorrebbe conoscere i motivi del gesto violento e confrontarsi con lui; si suggerisce di accertarsi prima che non sia armato. La professoressa, nei suoi post, ha espresso opinioni in favore della reimigrazione e, con chiarezza estrema, ha scritto: “la società multietnica che mi fa schifo”.
Orbene, il ragazzo che ha fermato l’aggressore e che, con ogni probabilità, le ha salvato la vita o preservata da danni fisici ben più gravi, è un congolese che vive in una casa famiglia, rappresentante della società multietnica schifata dall’insegnante.
In un’intervista a un quotidiano nazionale ha definito il congolese “da applaudire” e “meraviglioso”. Due parole sparse, senza un vero e proprio ringraziamento, almeno formale, ma promesse di abbraccio e ascolto per l’aggressore. Molto cristiano il perdono verso il tredicenne ma a chi è intervenuto per salvarla forse qualcosa in più era dovuto. Un vero ringraziamento al congolese che, probabilmente, le ha salvato la vita. Altro che abbraccio. Forse i “neri” non meritano di essere calorosamente ringraziati o abbracciati, ci si potrebbe contagiare o sporcare, ma solo cacciati. In questo caso lo spirito cristiano dove è finito? Vale solo per i bianchi? Una lezione di alto senso civico è venuta dal ragazzino congolese il quale, interrogato dai Carabinieri per la ricostruzione dei fatti, ha affermato di avere agito nel modo che riteneva giusto, non cercando una platea, un plauso o un riconoscimento. No comment.
Nella Costituzione – la più bella del mondo, come certificata dall’Oscar de La vita è bella – non compaiono le parole vecchiaia o anzianità, quindi, neanche una tutela...
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