Nelle scorse settimane la vicenda dei cosiddetti “bambini del bosco” sembra aver catturato l’attenzione di tutti noi, dividendo l’Italia tra i sostenitori della normatività o della libertà individuale. Non ritengo opportuno in questa sede, data l’impossibilità di accedere a tutti gli atti documentali, definire chi ritengo abbia torto o ragione. Tutti noi, “di pancia”, saremmo portati a difendere chi ha avuto il coraggio, e forse anche le capacità, di costruire una famiglia semplice ed unita, a tratti bucolica, in contrapposizione alla complessità della vita in una società molto strutturata e spesso iper-stimolante. Alzi la mano, ad esempio, chi non ha mai pensato “mollo tutto e apro un chiringuito”, come raccontava un noto film. D’altra parte, se la famiglia è l’unità di misura ed il fondamento della società, è all’interno di questa che siamo portati a pensare che si definiscano le regole che guidano gli elementi di quel sistema; come a dire, “i panni sporchi si lavano in famiglia”. E se la vedo con gli occhi della persona sensibile e naturalmente attenta agli affetti familiari, il sentire che qualche tribunale rompe questo nostro schema di pensiero implicito e condiviso decidendo un allontanamento di qualche minore o, al minimo, limitando la capacità dei suoi genitori di scegliere in autonomia per i loro figli, mi provoca un gran mal di stomaco. È sentire comune che ogni bambino stia sempre bene coi suoi genitori, le persone con cui è cresciuto e per cui prova normalmente affetto e stima. Di conseguenza, Come si permette un giudice di decidere in vece delle sue figure di riferimento o di imporre che altri, i Servizi Sociali, decidano al posto loro? Mica l’hanno massacrato di botte o insulti, né lo tengono senza mangiare! Invece i figli di veri delinquenti rimangono a casa coi loro genitori! In quest’ottica, talvolta si arriva addirittura a pensare che chi non rispetta questa idea, che siano gli operatori, giudici e assistenti sociali, possa avere un piano e decidere arbitrariamente ed ingiustificatamente di “portare via” i bambini. Invece, chi è del settore sa che la realtà è ben diversa: è una valutazione dolorosa per una persona, un operatore che ha come missione professionale la salvaguardia della sicurezza e del benessere del bambino, una porticina a cui si avvicina piano e con molte domande e riflessioni a sé stesso e ai colleghi di lavoro. Ci si affaccia con la consapevolezza del costo emotivo, psicologico e relazionale che questo strappo crea nel vissuto dei bambini, ma anche, in secondaria sede, del costo sul bilancio di un qualsiasi comune. Per questo, l’allontanamento viene considerato un intervento residuale, minoritario, l’extrema ratio per una situazione che necessita di un cambiamento laddove i tentativi di effettuare piccole e graduali modifiche per smussare gli elementi di pericolo non hanno sortito alcun effetto.
Credo che, vista la mole di informazioni e pregiudizi che l’ambito della tutela minori immancabilmente comporta, possa essere utile utilizzare qualche minuto del tempo del lettore per alcuni spunti di riflessione.
Indubbiamente, la prima cosa di cui un minore ha bisogno è proprio la famiglia, preferibilmente la sua, e questo è un diritto riconosciuto più volte dalla legge nazionale ed internazionale. Famiglia sono sicuramente i genitori, i fratelli, simboleggiati ed accumunati dalla condivisione di una casa (non a caso questo è uno dei test di disegno più utilizzati da noi psicologi). Ma se è vero che la legge esplicitamente ci dice che la povertà non può essere un elemento di pregiudizio, e tutti riconosciamo, dai racconti dei nostri nonni, che le generazioni più anziane sono sopravvissute anche bene in case prive di comfort, allora perché in questo caso la condizione abitativa “disagevole e insalubre” (per citare il Decreto ormai celebre del Tribunale per i Minorenni di L’Aquila) è diventata un tema? Perché la vita agreste e naturalistica che questi genitori hanno offerto ai loro figli non è stata ritenuta “sufficientemente buona” (Winnicott) per quei bambini, ma anzi è stata reputata non abbastanza protettiva e sana per loro?
Perché, a differenza di tanti anni fa, oggi la psicologia e la pedagogia ci insegnano che i bisogni di un figlio non sono solo quelli fisiologici, che pure costituiscono la base per la sopravvivenza, ma sono anche e soprattutto un insieme di bisogni più astratti ma ugualmente importanti. Se questi sono assenti o profondamente e persistentemente limitati possono influire anche sulla fisiologia del nostro corpo, ed in maniera ancora più forte nel caso di un corpicino in via di sviluppo quale quello di un bambino: per capirci subito con un esempio banale, tutti abbiamo in mente oggi che l’assunzione di cibo è influenzata, in positivo o in negativo, dal nostro benessere psicologico. Si tratta di una funzione fisiologica che però è soggetta a variazioni legate alle emozioni, alle sensazioni e a tutto ciò che di materiale ha ben poco: il nutrimento, che inizialmente riceviamo come primissima manifestazione di cura e vicinanza dalla mamma, può diventare nel tempo riempitivo o copertura di emozioni negative o strumento di espressione della rabbia contro di sé. Tra i bisogni più basilari, in questo senso, ci sono quello di sicurezza, che si manifesta nella prevedibilità degli eventi, e quello della presenza affettiva degli adulti di riferimento, che si compone di molteplici aspetti come il fatto che il genitore sappia distinguere il proprio vissuto ed emozioni da quelle del figlio, aiutandolo a regolarle, o che preveda i successivi passaggi di sviluppo del bambino. E ci sono tanti modi per cui un bambino può non sentirsi completamente al sicuro o a suo agio, a livello fisico ma anche per motivi ambientali o per circostanze varie, e questo spesso non assume una connotazione visibile agli adulti di riferimento perché naturalmente immersi da tutta la vita in quello stesso sistema di relazioni familiari che hanno probabilmente appreso e che stanno oggi riapplicando. Per un bambino l’adattamento al proprio contesto di vita implica necessariamente, a meno di situazioni francamente spaventanti o fortemente anomale, “prendere per buono” ciò che gli viene proposto, attribuendo a sé ed alle proprie mancanze eventuali gap nella risposta ai propri bisogni da parte dell’adulto ed idealizzando, fino all’adolescenza in maniera sana, quanto proposto dalle figure di riferimento. Di conseguenza, nella maggior parte dei casi quel bambino si farà carico e porterà avanti inconsapevolmente anche i vissuti e le aspettative dei suoi genitori su di lui, ad esempio aderendo e sostenendo il mito famigliare condiviso. In altre parole, anche se ipoteticamente quel bambino percepisse la preoccupazione dei suoi familiari per motivi economici o abitativi, o venisse casualmente esposto alla visione di momenti di intimità tra i genitori nel condividerne la camera, difficilmente questo inciderebbe sull’affetto e sull’opinione di quel bambino verso i suoi adulti di riferimento, ma magari impatterebbe, nello sviluppo, sulla propria percezione di sé stesso come adulto capace di reagire e distanziarsi da situazioni disagevoli.
Se poi pensiamo in termini evolutivi, la fase adolescenziale è il momento in cui occorre mettere alla graticola, se così vogliamo dire, i modelli familiari, confrontandoli con altri modelli simili e diversi per costruire la propria identità. Questa fase presuppone, per ovvi motivi, l’aver potuto accedere a modelli diversi da quello della famiglia, attraverso il paragone con le famiglie degli amici o l’incontro con altri adulti significativi. Un bambino che non ha imparato a relazionarsi coi compagni, che non ha frequentato gruppi di coetanei o ambienti esterni alla famiglia, come può avere materiale di confronto? Come potrà imparare a gestire le dinamiche di competizione e, purtroppo, di bullismo che talvolta, probabilmente troppo spesso, si creano tra i ragazzi? E poi, un domani ancora più lontano, come potrà autorealizzarsi, non avendo imparato a mediare o gestire le richieste, più o meno giuste o più o meno sbagliate, che la società inevitabilmente gli porrà? Come potrà trovare il suo ruolo nel mondo, quella sua identità professionale che tutti man mano ci costruiamo e che diventa uno dei primi argomenti di conversazione quando si conosce una persona nuova? Privare un minore di tutto questo, o comunque limitarne questa possibilità, significa abituarlo ad uno stile di vita che non è quello maggioritario nei contesti territoriali di cui fa parte, esponendolo non solo ad un isolamento sociale attuale, ma ad una maggiore fatica e ad un gap enorme qualora in futuro volesse invece accostarsi ad una quotidianità differente e più “mainstream”. Stando sull’oggi, significa renderlo sensibilmente diverso dal suo coetaneo, a tratti incapace di esprimersi nella lingua del luogo che lo circonda (seppur a distanza): non dimentichiamo che il Tribunale, per poter ascoltare (come da diritto riconosciuto dalla legge) il punto di vista dei bambini della “casa nel bosco”, ha dovuto chiedere alla mamma di presenziare all’ascolto in quanto i minori non parlavano in maniera sufficiente l’italiano; questo passaggio ha pregiudicato la stessa fase processuale rendendo necessaria la ripetizione dell’atto giuridico, nonostante ciò rappresentasse un aggravio nella fatica emotiva dello stesso minore. Si consideri altresì che bambini bilingue incontrano maggiori difficoltà e necessitano di più tempo per l’acquisizione del linguaggio rispetto ai coetanei che parlano inizialmente una sola lingua in famiglia. Se a ciò si aggiunge una ridotta esposizione alla lingua parlata nel territorio di vita negli anni di maggiore plasticità cerebrale, ciò rischierà di ledere ulteriormente le possibilità di riuscire ad integrarsi nel gruppo dei pari, rischio oltretutto aggravato dall’esposizione mediatica che tale vicenda ha comportato per loro.
Concludendo, sebbene sia naturale che ogni famiglia riproponga ciclicamente ed inconsapevolmente le dinamiche relazionali e i miti famigliari, in quanto parte del retaggio proprio di quel nucleo, la preoccupazione dei Servizi Sociali spesso e volentieri si acuisce a fronte dell’ impossibilità di avviare un dialogo, un confronto ed una modifica collaborativa di quegli aspetti più disfunzionali: non si tratta di uniformare tutte le famiglie ad un modello prestampato, ma ridurre insieme gli spigoli più acuti per favorire il futuro di quei bambini. In quest’ottica, la scarsa collaborazione ed il “si è sempre fatto cosi” diventano il peggior nemico: ma non dei Servizi Sociali, ma di quegli stessi bambini che la legge vuole proteggere ed aiutare a crescere. Non fornire tutte le informazioni sanitarie, impedire l’accesso all’educatore (che ha il compito di osservare e coadiuvare le dinamiche di vita in un contesto naturale e domestico e che deve anche eventualmente riferire l’assenza o la pochezza di quegli elementi di preoccupazione emersi), come anche rifiutarsi di effettuare gli approfondimenti clinici richiesti da un pediatra, sono, per quei bambini, tutti ulteriori potenziali fattori di rischio rispetto a quella intossicazione alimentare e all’assenza di utenze che hanno fatto emergere lo stile di vita di questa famiglia e dato il là a tutta la vicenda giudiziaria e mediatica.












