Da oltre un mese una parte degli italiani, per distrarsi dagli enormi e gravi problemi internazionali, nonché da una legge finanziaria tutt’altro che prodiga verso chi è sulla soglia di povertà o verso quelli che una volta erano i ceti medi, si sta appassionando e dilettando a giudicare quanto è avvenuto a Palmoli, un paese in provincia di Chieti con meno di novecento abitanti.
Ancora una volta ci si dimentica che i provvedimenti, in base alle Leggi ed ai Codici vigenti, competono alla Magistratura e non a torme di persone che giudicano e pontificano in base a dichiarazioni, esternazioni di pancia, non avendo gli atti a disposizione, o programmi televisivi dove la ragione, alla fine, va a chi ha più voce per urlare.
Quella che è stata definita la “famiglia nel bosco” ha vissuto in un casolare nella località abruzzese che, forse, mai si sarebbe aspettata di essere tanto presente nelle cronache nazionali. La signora Catherine, cittadina australiana, e il signor Nathan, cittadino britannico, hanno scelto di vivere in modo da loro definito “autosufficiente ed a basso impatto ambientale”. Con loro i tre figli, privati dell’accesso agli studi che, si ricorda, in Italia sono obbligatori sino al compimento del sedicesimo anno di età, ai vaccini, alle visite mediche, se non in caso di estrema necessità. Il non far frequentare le scuole dell’obbligo, reato penalmente perseguito, è stato sostituito con l’unschooling con decisione unilaterale dei coniugi.
Pare logico che ogni cittadino, di qualsivoglia nazionalità, decida di stabilirsi in altro Stato abbia l’obbligo di rispettarne le leggi, indipendentemente dalla cittadinanza di origine.
Nell’ormai famoso casolare non vi è elettricità, acqua corrente, gas. Soltanto dei pannelli solari, l’acqua attinta da un pozzo e il riscaldamento con stufe a legna.
I servizi sociali sono intervenuti e, di conseguenza, il Tribunale dei Minori che ha chiesto l’allontanamento dei bambini constatando che il casolare non rispettava le norme igienico-sanitarie. Di contro i genitori hanno affermato il loro diritto alla libertà ed a una vita totalmente a contatto con la natura, con uno stile che definiscono alternativo, sostenibile, a basso impatto ambientale e via discorrendo. Si è generato un acceso dibattito pubblico e legale sulla loro scelta.
Le critiche alle scelte del Tribunale sono giunte anche da alcuni esponenti governativi, oltre che dai soliti tuttologi di turno onnipresenti sui social, ormai la summa dello scibile umano.
In tutto questo vi sono state nobili iniziative. Un privato cittadino ha dato in comodato d’uso una propria abitazione per il periodo occorrente alla ristrutturazione del casolare al fine di renderlo abitabile secondo canoni della civiltà e delle normative vigenti in Italia. Talaltro si è offerto di pagare i costi di ristrutturazione.
Sembra che i due genitori abbiano accettato di far vaccinare i piccoli e di affiancare alla loro “educazione scolastica parentale” una maestra a domicilio.
Fatte queste premesse, poniamoci qualche domanda. Tutti questi benefattori dove sono quando le persone indigenti vengono sfrattate? Chi non ha denaro per ristrutturare case fatiscenti perché non trova il benefattore di turno che elargisce le somme necessarie? Perché questi benefattori non aiutano tanti padri separati o divorziati costretti a vivere in roulottes o auto? Perché i genitori dovrebbero accompagnare a scuola i minori impiegando tempo, denaro e sottoponendo i figli alle intemperie? Perché anche loro non possono avere gli insegnanti a casa pur pagando le imposte? Perché si chiedono i certificati di abitabilità per le civili abitazioni? Perché per tali certificazioni si debbono produrre documenti e sopportare costi? Perché pagare le opere di urbanizzazione? Vogliamo fare i bisogni all’aria aperta? Vogliamo andare tutti nel bosco così ci ristrutturano casa e l’insegnate viene a casa?
Nel Paese dei furbi è un esempio pericoloso. E se vi fosse anche pubblicità gratuita per questi lodevoli benefattori? La beneficenza si fa in silenzio, non avanti alle telecamere o con interviste.
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