Nella Costituzione – la più bella del mondo, come certificata dall’Oscar de La vita è bella – non compaiono le parole vecchiaia o anzianità, quindi, neanche una tutela specifica.
A giustificare i Padri costituenti, i numeri, all’epoca, del fenomeno. Si moriva prima e nel 1946 gli over 65 erano solo qualche milione.
Oggi, invece, un quarto degli italiani.
Vero che i nostri 65 anni sono di fatto i 45 di allora e che la “rivoluzione demografica” interessa tutto il pianeta (prevedibili, nel 2050 due miliardi di anziani), ma il tasso di invecchiamento colloca l’Italia tra le prime nazioni al mondo con un’attesa di vita che supera gli ottanta.
Così, l’atra senectus degli antichi da Mimnermo a Seneca, l’età cupa, fosca nelle prospettive, peso per chi la vive e per la società in genere, cede il posto ad una “nuova gioventù”. Almeno dai 65 ai 75 anni e soltanto dagli 85 in avanti la vecchiaia diventerebbe davvero “vecchia”.
Quindi, energie spendibili ancora, e per non poco tempo, nello sviluppo delle comunità a fronte della crescente denatalità e della domanda del mercato del lavoro.
Se questi sono i numeri è fuori luogo ipotizzare, da parte dello Stato, un’attenzione, un complesso di norme, un apparato in grado di consentire a tanti di questi over di fornire utilità alla società e non essere considerati solo in termini di – pur necessaria – assistenza sociale, abitativa, sanitaria?
Magari, con l’istituzione di un apposito ministero?
Lo si fece e lo si fa per le “politiche giovanili” a partire dal 1972, quando il ministero si chiamava “dei problemi della gioventù”, fino a oggi con l’abbinamento ora alle pari opportunità, ora allo sport e uno dei titolari, Giorgia Meloni, è arrivata a Palazzo Chigi.
Senza dimenticare che, nei grandi partiti della prima repubblica – cioè quando essi erano cinghia di trasmissione tra società civile e politica – un settore organizzativo specifico era costituito dagli anziani e che oggi le Federazioni dei pensionati nei sindacati, soprattutto i maggiori, rappresentano un riferimento importante e talora significativo sul numero totale degli aderenti.
D’altronde, l’Italia, come gli altri paesi UE, ha sottoscritto un particolare impegno non solo per il riconoscimento della dignità dell’anziano, ma anche per la sua effettiva “partecipazione” alla vita comunitaria. L’art. 25 della Carta dei diritti fondamentali, siglata nel 2000, recita, infatti: “L’Unione riconosce e rispetta il diritto delle persone anziane di condurre una vita dignitosa e indipendente e di partecipare alla vita culturale e sociale”.
Non se ne sente parlare molto in questa perenne campagna elettorale che è la immutabile parte emergente della politica italiana.
Eppure… ”E’ bello essere anziani”, disse Benedetto XVI, il 12 novembre 2012, ai coetanei delle case di riposo della Comunità di Sant’Egidio. Solo tre mesi dopo, però, annunciò di essere giunto alla convinzione che “ingravescente aetate, vires meas non aptas esse”, cioè l’avanzare dell’età gli avrebbe ormai diminuito le forze al punto di non poter più fare il papa.
Rinunciò, quindi, al ministero petrino, ma la vecchiaia si prese la rivincita e Ratzinger dovette continuare il suo magistero, seppur da emerito, per nove anni ancora.
Osservato, ascoltato, seguito, interpretato nelle tante attività di parola, di incontro e di scritti che, talora, sembrarono addirittura scuotere l’antico edificio della sua Chiesa.
Riprova, come ha scritto il vescovo Vincenzo Paglia, di “quanto nella vecchiaia si possano prendere decisioni alte”.












