Il libro, aggiornato al marzo di quest’anno, conferma l’esposizione piana e comprensibile dell’autore il quale, affermato giornalista e scrittore, non abbisogna di presentazioni.
Evidenzia come la potenza, anche intesa come quantità e qualità degli armamenti, sia quel quid plus che rende gli Stati temibili e capaci di imporsi sulla scena internazionale. Gli armamenti presuppongono molto altro. Sembra quasi che si possa tornare alla legge del più forte. Descrive il passaggio dalla globalizzazione agli Stati nazione. Analizza, con dovizia di particolari e riferimenti a tutto tondo, le principali aree di rischio ed i più importanti Paesi in fermento sulla scena internazionale. Le analisi sono politiche, economiche, sociali, attinenti allo sviluppo della tecnologia e degli armamenti, l’impiego dell’intelligenza artificiale. Al centro pone gli approcci geoeconomico e geopolitico, fili conduttori del libro.
Acuta è la parte inerente al Medio Oriente, il mondo arabo e, ovviamente, l’Iran.
Le analisi proseguono, a tutto campo, sull’Unione Europea, il gigante Cina e la Russia con le aspirazioni di Putin a ricostruire le sfere di influenza perdute. Tra i Paesi analizza la Germania, il Giappone, la Corea del Sud, la Francia e, naturalmente l’Italia. Non fa sconti a nessuno su punti deboli e potenzialità.
Tutto è visto in rapporto agli USA, che rimangono la chiave di lettura e destinatari di gran parte delle disamine del testo. Potremmo dire una visione americanocentrica. L’analisi del peso delle monete di riserva e delle politiche monetarie spiega come esse accompagnino la potenza degli Stati.
La nuova guerra fredda, e non, è caratterizzata dalle gare tra sistemi economici e capacità tecnologiche, comprese quelle di ottenere materie prime fondamentali come le terre rare. Innovazione, crescita economica, non vulnerabilità delle catene di approvvigionamento, evitando i punti di strangolamento, contribuiscono alla sicurezza nazionale.
Nel complesso la sicurezza economica, intesa anche come capacità produttiva, coincide con la sicurezza nazionale, non più affidata alla sola qualità e quantità degli armamenti. In caso di conflitto non c’è solo il campo di battaglia ma la protezione/distruzione del sistema nevralgico di un Paese: industrie, energia, trasporti, comunicazioni. Si potrebbe dire che sicurezza nazionale sicurezza economica siano in corrispondenza biunivoca. Gli esempi storici sono molteplici. Per questo ci si accinge a un “nazionalismo economico”, che ovviamente non è autarchia. Affronta i temi del pacifismo e delle violazioni del diritto internazionale.
Evidenzia il rischio futuro (quanto lontano o quanto vicino?) dell’impiego bellico dell’intelligenza artificiale, senza dimenticarne l’impatto sul mondo del lavoro.
La posizione dell’autore è molto filo repubblicana e, con puntuali argomentazioni storiche, politiche, economiche, industriali, tecnologiche, riconduce tutto alle ragioni statunitensi e occidentali in generale. Opinioni condivisibili o non ma sempre illustrate senza faziosità. Evidenzia una serie di errori e storture che vengono, per lo più, obnubilate dagli aspetti positivi. Rampini da 25 anni vive negli USA, corrispondente giornalistico da un quarto di secolo, è naturalmente influenzato dall’american way of life.
Unico neo del libro è il poco lineare taglio sulla parte destra; i fogli non sono tagliati in modo liscio e non si sfoglia bene. Potrebbe essere un problema di alcuni volumi.
Non capita di frequente di assistere al suicidio politico di uno Stato sovrano.
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