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Home LA STORIA CHE DIMENTICA

DAL 2 AL 13 GIUGNO 1946

Renzo Trappolini di Renzo Trappolini
01/06/2026
in LA STORIA CHE DIMENTICA
DAL 2 AL 13 GIUGNO 1946
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Nel 1946, dopo il 2 giugno, sul Torrino del Quirinale, la bandiera nazionale con lo stemma della Real Casa Sabauda continuò a sventolare fino al 13. Quindi, in tempo di Repubblica, il regime votato a maggioranza undici giorni prima, la cui proclamazione fu sospesa dal presidente della Corte di Cassazione Pagano, con il procuratore generale Pilotti, in attesa dell’esame di ricorsi sul conteggio dei voti.
Una decisione di carattere tecnico che, però, ingenerò il sospetto che essa – annunciata da due pur riconosciuti “magistrati scrupolosi, di vecchia scuola, ma sicuramente mal disposti verso la Repubblica” – scrissero Indro Montanelli e Mario Cervi – “nascondesse qualcosa di più grave: che il referendum non era stato genuino e i conteggi viziati”.

Il governo, anche dopo gravi disordini e morti in manifestazioni di piazza, nella notte del 12 giugno, preso atto che, dopo l’annuncio da parte della Cassazione dei risultati elettorali favorevoli alla opzione repubblicana, si era instaurato automaticamente un “regime transitorio”, attribuì al presidente del consiglio l’esercizio delle funzioni di capo dello stato. Il giorno dopo, il 13, re Umberto II lasciò l’Italia per evitare ulteriori disordini e perché – parole del monarca – “altro dolore e lacrime siano risparmiate al popolo”.

Sei mesi dopo, il 4 gennaio 1947, alla inaugurazione dell’anno giudiziario, accadde che il procuratore generale della Cassazione, Massimo Pilotti, nella sua prolusione, non solo non rivolse il saluto di rito al Capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, ma ignorò del tutto la nascita della Repubblica.
In pratica, più monarchico del re, il quale, invece, già la mattina del referendum aveva concordato la procedura della partenza per l’esilio e perfino fissato l’udienza di commiato dal pontefice Pio XII , confermando, poi, in una lettera del 12 al presidente del consiglio Alcide De Gasperi “la mia decisa volontà di rispettare il responso della maggioranza del popolo italiano espresso dagli elettori”.
Comportamento che, se da un lato non poteva piacere alla Corte e a quanti attorno ad essa ruotavano, riscattava, però, pagine non brillanti, soprattutto recenti, di casa Savoia, alla quale, comunque, va il merito di aver assecondato il Risorgimento ed i governi che portarono il Piemonte, da piccolo stato periferico ad unificatore dell’Italia, consentendo a questa di avere finalmente una sua Storia nazionale.

Inizialmente, peraltro, frutto di scelte culturali elitarie più che di corale partecipazione popolare, la quale poté avvenire proprio con il Referendum istituzionale. Significative, in proposito, le parole di De Gasperi agli elettori, nel “Discorso alla Basilica di Massenzio” l’11 maggio1946: “Volete voi istaurare una repubblica, cioè vi sentite capaci di assumere su di voi tutta la responsabilità, tutta la partecipazione che esige un regime , il quale fa dipendere tutto, anche il capo dello stato dalla vostra decisione?”
A casa sua, avevano scelto la repubblica lui e la figlia Maria Romana, monarchia la zia, mentre “la mamma non fece mai capire per chi avesse votato, lasciando a noi repubblicani l’illusione di una maggioranza”.
Il re e la moglie Maria Josè misero nell’urna scheda bianca e la regina, per la Costituente, diede la preferenza al futuro presidente della Repubblica, il socialista piemontese Giuseppe Saragat.
Dal Vaticano non giunsero stringenti indicazioni. Pio XII, – aveva scritto De Gasperi a don Sturzo – “pur nutrendo dubbi sulla Repubblica, ritengo non le sia pregiudizialmente contrario e che non senta vincoli per la monarchia”.
Come, invece, i vertici della Cassazione. In particolare, il procuratore Pilotti, il cui atteggiamento all’inaugurazione dell’anno giudiziario del 1947, mentre la Costituente dibatteva sul Consiglio superiore della Magistratura, ebbe conseguenze sulla regolamentazione dell’organo, nel quale, infatti, fu sancita la presenza di designati dal potere politico.
Lo dichiarò in aula Piero Calamandrei, sostenitore della tesi della assoluta indipendenza dell’ordine giudiziario, attribuendo la propria sconfitta non tanto ai sostenitori delle opinioni contrarie, quanto all’ostilità ingenerata nei deputati dall’atteggiamento del procuratore generale che “non è stata una distrazione o una svista”.

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Renzo Trappolini

Renzo Trappolini

Prima della sua attuale terza età, ha lavorato in banca. Nella sede centrale di BNL, come Capo dei rapporti istituzionali e poi di quelli finanziari e operativi con le Pubbliche Amministrazioni. Successivamente, Direttore Generale della Cassa di Risparmio della Provincia di Viterbo, Amministratore di Carisap, Cassa di Risparmio di Ascoli Piceno e di Banca dell'Adriatico. E' stato consulente di Artigiancassa e della Regione Lazio. Ha collaborato con Nerio Nesi per il libro "Il codice delle nomine bancarie" (Edizioni Feltrinelli - 1981). Ha scritto per riviste bancarie, un settimanale e un quotidiano a tiratura nazionale, oltreché giornali on line.

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