Quando si faceva catechismo nessuno si è mai sognato di incarnare il diavolo in un robot. Tante volte, però, a chi si preparava a ricevere il sacramento della Comunione veniva rivolto l’invito a non cadere in tentazione.
Senza sfogliare un immaginario Vangelo secondo Isaac Asimov o Roberto Vacca, non è difficile riconoscere qualcosa di demoniaco nell’intelligenza artificiale o – a voler esser più precisi – in certe sue incontrollate ed incontrollabili applicazioni.
Un anno dopo l’aver definito la IA “un’altra rivoluzione industriale”, Papa Leone XIV torna sull’argomento e “mette nero su bianco” la sua ben determinata posizione. L’enciclica è un monito universale che richiama l’attenzione degli immancabili entusiasti sui principi irrinunciabili della dignità umana, della giustizia e del lavoro.
La “macchina” prende il posto dell’essere umano, il chatbot subentra all’amico o all’esperto per soddisfare la bramosia di relazioni e interazioni “naturali” che è nella nostra indole, gli automatismi sostituiscono la varietà con asettici standard. Il processo di fidelizzazione a certi strumenti informatici riesce a folgorare anche la corazza culturale di chi adulto, maturo, istruito si lascia ammaliare senza porsi domande che un tempo avrebbero frenato l’adesione ad un nuovo stile di vita.
Pur tralasciando le implicazioni di ordine religioso, è difficile sfuggire alle considerazioni di ordine etico e morale. Non c’è alcuna necessità di intessere disquisizioni ad alta gradazione filosofica e di ubriacarsi di elucubrazioni e virtuosismi. E’ venuto il momento, e non solo adesso, di capire che l’intelligenza artificiale è lo strumento bellico più pericoloso per la guerra invisibile che sta mettendo a soqquadro gli equilibri del pianeta.
I conflitti sono polidimensionali. Nell’antichità ascisse e ordinate erano costituite dai combattimenti sulla terra e per mare. Poi con gli aerei si è arrivati alla verticalizzazione dello scenario, quindi al campo di battaglia spaziale e infine alla guerra dell’informazione e con l’informazione.
Nulla di nuovo sotto il sole, ma semmai qualcosa di colpevolmente trascurato. Persino Roberto Di Nunzio ed io ne abbiamo parlato e scritto trent’anni fa (ad esempio “Cyberwar, la guerra dell’informazione” nel 1996 e “Le nuove guerre” nel 2001), e lo hanno fatto Ferrante Pierantoni (qui l’audio della presentazione del suo libro “Combattere con le informazioni” a Palazzo San Macuto il 17 luglio 1998), Andrea Aparo e tanti altri che hanno collezionato più sorrisini che incentivi a continuare certi approfondimenti.
La cyberwar non è solo “quella degli hacker”, ma è anche e soprattutto la più subdola modalità di conquista dello scacchiere internazionale. Le tecnologie sempre più permeanti sono l’apparentemente inoffensivo arsenale: per capirne il ruolo si provi ad immaginare una giornata senza telefonino e computer, una giornata qualunque di un individuo qualsiasi. Senza aver bisogno di scalare il disagio su altri ordini di grandezza fino a intravedere la paralisi mondiale, ci si accorge che i dispositivi quotidiani sono la catena dei moderni schiavi. Se ancora c’è un barlume di autonomia, in prospettiva i processi decisionali saranno privilegio di chi pensa e sceglie al posto nostro, forte dell’aver pazientemente raccolto ogni dettaglio della nostra esistenza, opinioni e gusti inclusi.
Il ristretto oligopolio delle cosiddette “Big Tech” è il nuovo Ordine Mondiale. I cittadini sono prima diventati utenti e adesso stanno divenendo sudditi privi di qualsivoglia diritto.
Si legga l’enciclica “Magnifica Humanitas”.
Magari la si stampi su carta come primo segno di ribellione ai display ipnotici e si cominci a pensare sul da farsi.
Onofrio del Grillo, il leggendario Marchese sinonimo di protervia e sopruso, si era docuto accontentare dell’ormai classico “Io so’ io, e voi non siete un cazzo”.
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