“Far finta” non è solamente un espediente usato in gioco dai bambini per rappresentare personaggi di fantasia, animali, oggetti ma è anche alla base della teoria della mimesi elaborata da Kendall Lewis Walton, filosofo americano e padre dell’estetica analitica.
Walton, nel suo libro Mimesi come far finta, divenuto un classico della filosofia delle arti, analizza il mondo della finzione e ne descrive gli effetti nelle arti immaginative: letteratura, cinema, pittura e scultura.
Partendo dall’illusione prodotta dalle opere, afferma che il lettore di un romanzo, come lo spettatore di un film o l’osservatore di un dipinto e di una scultura, è immerso in un gioco di far finta, simile al gioco dei bambini per cui una bambola vale come un essere umano e una sedia vale un cavallo.
In letteratura, il gioco di far finta ha un doppio riflesso: il lettore è indotto dalla bravura dell’autore non solo a immaginare la scena rappresentata ma anche ad immaginare di vederla. Qui la perfezione è nelle mani dei pochi autori che fondono meravigliosamente lo scrivere letterario col narrare cinematografico: leggere le loro opere è come guardare un film. E il far finta alimenta l’immaginazione del lettore che finisce per essere rapito dalla rappresentazione e dalla creazione delle emozioni. Ciò pone la lettura dei classici tra i migliori esercizi di crescita e mantenimento del sistema cognitivo. Così la magia del far finta arricchisce le vite dei fruitori, muovendosi tra verità e finzione, tra realtà e rappresentazione.
Tuttavia la rappresentazione alla base del far finta non è utilizzata solamente in estetica per creare emozioni. Ha infatti anche una sua funzione sociale e politica, assolta nel momento in cui si fa finta che le cose stiano in un determinato modo mentre la realtà è tutt’altra. Il far finta diviene così un complesso strumento che il decisore politico utilizza per creare e consolidare il potere, miscelando abilmente realtà e rappresentazione, verità e finzione, in modo da adattarle di volta in volta alle finalità perseguite. Un fine gioco delle tre carte in cui il linguaggio è usato per costruire mondi possibili, e nemici funzionali, lasciando che la realtà si intravveda ma solo fino ad un certo punto.
In tale azione l’intelligenza artificiale, come pure il controllo dei mass media e la cancel culture, hanno lo stesso valore del bisturi per un chirurgo. Certo, un uso spregiudicato del far finta deve necessariamente fare i conti coi mezzi culturali di cui dispone lo spettatore, spesso cosciente di partecipare a un “gioco” e, pertanto, in grado di interpretare e distinguere la finzione dalla non-finzione.
Con ciò non si può ritenere riduttivamente il far finta un semplice inganno. Resta infatti il modello cognitivo complesso descritto da Walton che, per creare conoscenza, usa la finzione, l’immaginazione, l’imitazione, l’illusione, la rappresentazione, la simulazione, il camaleontismo, il mascheramento: la mimesi, appunto.
Nel capolavoro cinematografico Il vigile (1960) diretto da Luigi Zampa, Otello Celletti, interpretato da un magnifico Alberto Sordi, si offre di riparare l’automobile dell’attrice Sylva Koscina.
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