Clausewitz definiva l’intelligence: “tutte le cognizioni che possiamo avere del nemico e del suo paese e cioè la base per tutte le nostre idee e azioni”, inoltre considerava le informazioni: “in gran parte contraddittorie, in maggior parte ancora menzognere, e quasi tutte incerte”.
Intravedeva le difficoltà nel fatto che durante le operazioni l’accavallarsi di notizie contraddittorie, confermate, ingigantite, disorientavano l’analisi falsando i risultati. Clausewitz sosteneva che: “ciascuno è disposto a credere più il male che il bene, ciascuno è tentato a esagerare un poco il male”. La forza morale e l’intuito avrebbero guidato le giuste decisioni nella fase esecutiva.
In merito al contributo delle popolazioni in difesa del proprio Paese, in caso di invasione nemica, sottolineava l’importanza delle informazioni che i cittadini possono fornire al comandante delle proprie forze militari: “non tanto come rapporti di informatori estesi e densi, quanto come infiniti piccoli contatti nei quali il servizio giornaliero di un esercito invasore si dibatte nell’incertezza, mentre il difensore trae grandi vantaggi dalla completa intesa con gli abitanti”.
Si spingeva a ipotizzare veri e propri atti di guerriglia popolare.
Mentre considerava indispensabile l’impiego dell’intelligence condotta a medio e lungo termine, soprattutto durante i periodi di pace, attraverso osservazioni di prima mano o fonti aperte e informatori affidabili per collocazione sociale e/o attività, con risultati valutabili e apprezzabili nel tempo, aveva remore in merito alle notizie raccolte nell’immediatezza delle operazioni militari.
La sua opinione si fondava sulle esperienze maturate nel corso delle campagne napoleoniche. Napoleone, maestro di astuzie, ordiva in gran segreto i piani strategici prima delle ostilità, disponendo di un efficiente servizio informativo basato su due centri indipendenti, uno per il settore strategico, e l’altro per quello tattico, costituito da ufficiali sceltissimi, alcuni dei quali destinava a missioni speciali ordinate dall’Imperatore stesso. Soltanto lui acquisiva le notizie e le analizzava. Inoltre, era assai abile nel condurre attività di controinformazione.
Clausewitz non poteva saperlo, conosceva solo quanto avveniva per la Prussia ed i suoi alleati i cui comandanti supremi esaminavano personalmente le informazioni provenienti dal campo di battaglia ma non disponevano di organizzazioni stabili strutturate espressamente per l’intelligence. Veniva designato qualche ufficiale di Stato Maggiore per la prima analisi dati che ogni Comando procurava e inviava in proprio, senza alcun collegamento con gli altri. Gli ufficiali, spesso, erano numericamente e qualitativamente inadeguati, inesperti nel settore operativo; ciò a dimostrazione dello scarso credito accordato ad un servizio importante e delicato.
All’epoca si ricorreva a reparti esploranti di cavalleria leggera, disertori, prigionieri e fonti occasionali, sostanzialmente poco affidabili. Viceversa, Napoleone inviava, in largo anticipo, la cavalleria a battere le direttrici di marcia per garantirsi, notizie sui movimenti nemici, ambiente geofisico, sicurezza e possibilità di manovra.
La visione clausewitziana dell’intelligence, a livello tattico, era conseguente ad una delle sue più radicate convinzioni attinenti al profilo decisionale concreto: “La guerra è il campo dell’incerto. I tre quarti delle cose sulle quali ci si basa per agire sono immerse nella nebbia, più o meno densa, dell’incertezza. Perciò è necessaria anzitutto un’intelligenza molto penetrante, per giungere all’intuizione della verità mediante il frutto del proprio raziocinio”.
Con piacere ci si ispira all’illuminante e rigoroso articolo scritto il 27 agosto da Renzo Trappolini sulle pagine di Giano News: “Forze Armate, spirito democratico e scuola”.
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