Dinanzi alla morte quasi tutti riescono a intenerirsi davvero o semplicemente a farlo credere.
La triste notizia della dipartita di qualcuno, specie se importante, resuscita istantaneamente la pletora di mitomani che ne vantano amicizie viscerali che l’interessato non ha certo modo di smentire. La drammatica circostanza è sempre podio per esibire frasi ad effetto capaci di far impallidire il redattore degli epigrammi sugli involucri dei Baci Perugina. Il legittimo dolore degli aventi diritto viene sommerso dal sudore di chi si sforza di trovare l’appellativo più roboante e tra mille spicca il titolo supremo di “imperatore”, epiteto non sempre riferibile ad Ottaviano Augusto o ad altri illuminati personaggi storici.
Valentino Garavani ha senza dubbio dominato per tanti anni le scene e i mercati intercontinentali. Il suo nome, però, è lo stesso che oggi nobilita capi di abbigliamento e accessori realizzati sfruttando manodopera pagata 3 o 4 euro l’ora. Il sinonimo dell’eleganza è associato anche alla più ignobile utilizzazione dei lavoratori, un peso che avrebbe dovuto essere insopportabile per chi non poteva non conoscere il backstage dei propri affari.
Ma il mondo del business non conosce pietà e quel che conta è la redditività, quella che i fondi di investimento inseguono inzaccherando quotidianamente la creatività e rendendo complici anche le anime capaci di sognare e inventare.
Il marchio, quello con la grande V inscritta in un rettangolo con i due lati verticali a semicerchio, si ha l’impressione che si possa esser tramutato da emblema di creatività a sigillo dell’industrializzazione del caporalato.
Non si scarichi la responsabilità di questo degrado sui tedeschi della HDP, sul Gruppo Marzotto, sul fondo Permira, sulla moglie dell’emiro del Qatar, su Kering e su chi altro arriverà a possedere quote: sugli oggetti di lusso c’è il nome di Valentino, non degli azionisti presenti, passati e futuri.
Non credo che i “maestri” di certe grandi “maison” accumulino denaro senza darsi ragione della sua origine e senza vergognarsi della feroce catena di subfornitura. Al cervello e al cuore che hanno animato l’avvio di certe appassionanti avventure, subentra la villosità dello stomaco con peli tanto lunghi da poterci fare maglioni e cappotti.
Fortunatamente c’è gente che non si fa impressionare dall’aura di onnipotenza di certe realtà imprenditoriali e giustamente avvia le iniziative di sua competenza.
Non voglio parlare di chi luccica sulle pagine patinate delle riviste glamour, ma preferisco sottolineare il lavoro di chi di pagine vive quelle degli atti giudiziari, scritte sulla base di accertamenti e prove e non compilate per ossequiare l’inserzionista di questo o quel magazine.
Il commissariamento della Valentino Bags Lab, azienda finita in amministrazione giudiziaria, è il risultato dell’impegno e della professionalità di un magistrato per il quale le “firme” che contano sono quelle sui verbali e sulle assunzioni di responsabilità.
Paolo Storari, sostituto Procuratore della Repubblica a Milano, è il pubblico ministero che ha fatto scoppiare il caso Valentino e che in precedenza aveva chiesto ed ottenuto altri “commissariamenti” nei confronti di Alviero Martini, Armani Operations e Manufactures Dior. L’adozione di “contromisure” aveva portato alla revoca dei provvedimenti di queste ultime tre aziende e forse anche per Valentino Bags la situazione potrà evolvere in direzione simile, ma queste storie non possono e non devono finire nel dimenticatoio.
Al di là dei ravvedimenti operosi e degli sviluppi processuali, la nostra coscienza non deve rimarginare le profonde ferite alla dignità umana che viene e continuerà ad essere maciullata dagli affilati ingranaggi della spietata macchina del profitto.
Facciamo in modo che lo schiavismo non vada più di moda, smettendo di comprare i pur accattivanti prodotti nel cui prezzo esorbitante non c’è equa remunerazione per chi li ha realizzati.
Non si esiti a puntare il dito contro i negrieri del terzo millennio, quelli che fanno finta di non sapere cosa succede prima che la borsa o l’abito finiscano in vetrina, che sorridono nell’esibire le loro fortune nascondendone le radici, che commuovono alla loro scomparsa ma alla loro fama dimenticano di aggiungere la silenziosa fame di tanti poveracci.
Sono terribilmente attratto dalla pubblicità. Non riesco a resistere, venendone irrimediabilmente attratto quasi dietro lo schermo del televisore – scomparso da tempo il tubo catodico – si nascondesse...
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