Chi come me ha sempre sognato la rivincita della cultura nell’arena della politica è stato accontentato. Forse non è andata proprio come si sarebbe desiderato, ma purtroppo accontentarsi è d’obbligo.
Per tutti gli appassionati dell’Iliade è arrivata la buona novella che tra i contendenti è apparso un moderno aedo multimediale che – incorniciato lontano dal cemento – inizia a declamare con enfasi le prime parole del proemio del suo capolavoro.
Anche se Troia era in riva al mare e qui l’atmosfera è montana, quel che conta è disporre di uno sfondo senza tempo che possa evocare un’aura di secoli remoti.
Unica pecca a tradire l’era contemporanea della ripresa video è un tombino, visibile proprio sopra la spalla sinistra del “performer”, ma forse fuori le colossali mura di Ilio ce n’era qualcuno.
Stante l’assenza di smartphone e di dirette social nell’antichità (ah, bei tempi!) ci si rende conto di esser dinanzi ad un coraggioso emulo.
Il clone di Omero – memore della cecità del personaggio originale – socchiude gli occhi così da garantire la più fedele similitudine a chi viene parafrasato peraltro maldestramente.
L’incipit è copiato pari pari da quello indimenticabile che anche i più somari portano come retaggio delle fatiche scolastiche delle superiori.
Quel “Cantami o diva” fa subito capire che non siamo dinanzi alla solita feroce arringa con cui gli elettori vengono apostrofati da chi cerca di catturarne l’attenzione. E’ facile comprendere che il candidato si rivolge ad una fascia alta dei milanesi, a gente istruita, alla élite della Madunina.
Cimentarsi in imprese imponenti è pericoloso perché agli eruditi – richiamati da un così aulico avvio di discorso – non sfuggono piccole imprecisioni lessicali. Il novello cantore sfoggia un patronimico, dimenticando che tale termine trova radice nel nome di battesimo del padre della persona di cui si vuol parlare. Achille era il “Pelide” perché il babbo – re di Ftia e dei Mirmidoni – si chiamava Peleo. Il patronimico sostituiva il cognome e serviva a distinguere – con la specificazione del genitore – eventuali omonimi.
Omero 2.0 commette l’errore di etichettare Piersilvio e Marina Berlusconi come “Berluschidi”, invece di indicarli correttamente come “Silvidi” perché figli di Silvio, re di Arcore e imperatore di Cologno Monzese.
L’inesattezza sarebbe da matita blu, ma la clemenza di chi il giorno di questa spiegazione era attento in classe (e non “chiedente visita” nell’infermeria della Scuola Militare) vuole che si passi oltre per doveroso spirito cameratesco.
Il problema, e non è da poco, non è certo ortografico, grammaticale o letterario.
L’istinto di non sollecitare i succhi gastrici hanno frenato la tentazione di completare la visione della clip diffusa sui social che è comunque fruibile su Facebook e qui sotto per comodità dei più pigri.
Non mancherà certo chi non è d’accordo con il mio approccio goliardico.
Ho scelto di ridere per rispettare il mio spirito infantile. Se fossi anche poco più grandicello, forse, proverei solo una profonda tristezza…
Tanti – lontani da performance amatorie da film a luci rosse – stanno tirando un sospiro di sollievo.
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