Dodici morti e 309 feriti, molti dei quali gravi, sono le vittime di un attacco che gli Houthi hanno sferrato prendendo come bersaglio lo scalo aeroportuale della capitale araba.
Non un caso isolato, ma la terza aggressione in meno di una settimana fa capire che il Medio Oriente sta per esplodere. Tre giorni fa molte compagnie aeree – senza alcun clamore dei mezzi di informazione – avevano deciso di sospendere i voli verso l’Arabia Saudita per evitare di esporre a rischio la rispettiva flotta e i corrispondenti passeggeri.
Il delicato principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, quello che fa tagliare a pezzi con la sega elettrica i giornalisti invisi, aveva immaginato di tramutare il suo regno in un polo di attrazione per investimenti, turismo e i più grandi eventi sportivi mondiali.
Siccome il denaro è inodore, le sue ambizioni potevano sembrare praticabili, ma tre attacchi in una settimana nello stesso punto rischiano di dissuadere anche i più spregiudicati cacciatori di business che intravedevano in quell’area una straordinaria regione straboccante di opportunità.
Riad da tempo preme per affermare la propria egemonia nel Golfo, ma non ha fatto il conto con la fragilità della tregua ormai quadriennale con gli Houthi, amplificata dall’uscita di scena degli Emirati Arabi Uniti che per un decennio avevano coordinato le variegate truppe impegnate a tenere a bada la zona yemenita. I combattenti alleati, con il venir meno della struttura di comando e controllo degli Emirati, si sono trovati in una condizione simile al nostro 8 settembre e uno sbandamento può esser davvero pericoloso in un momento storico come questo.
La coalizione militare a guida araba avrebbe necessità di un livello di organizzazione, sostegno regionale, finanziamenti e capacità logistiche che proprio non le appartiene.
Dopo l’attacco statunitense e israeliano a Teheran, il tener lontano il conflitto dall’aspirante ombelico del mondo degli affari non sembra più un obiettivo perseguibile. La pioggia di droni e di missili in territorio arabo non disgregano certo le inquietanti turbolenze regionali.
Non è più il confine meridionale a preoccupare bin Salman, ma il cielo. Quello che potrebbe sembrare un “ombrello” imperforabile ha permesso di intercettare e distruggere un missile balistico Houthi nel governatorato di al-Kharj e l’abbattimento di un drone nella regione orientale, ma non ha fermato il razzo che ha colpito le vicinanze dell’aeroporto internazionale King Fahd di Dammam.
Mentre Trump parla sempre di conflitti pronti ad esser risolti in una settimana che non sappiamo di quanti mesi o anni sia fatta, gli Stati del Golfo si trovano al bivio tra raggiungere una soluzione diplomatica separata con l’Iran oppure intensificare gli attacchi militari per eliminare la leadership Houthi.
Nel frattempo i ribelli Houthi, dopo aver attaccato impianti petroliferi e oleodotti sauditi, interrompendo le forniture di greggio e provocando un forte rialzo dei prezzi, hanno deciso di assalire bersagli civili. Crimine di guerra? Lo potrà dire la Corte Penale Internazionale se Trump non la cancella prima…
Tanti – lontani da performance amatorie da film a luci rosse – stanno tirando un sospiro di sollievo.
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