Scopo primario della guerra è “l’abbattimento dell’avversario, e quindi, l’annientamento delle sue forze armate” che “deve costituire lo scopo principale di tutta l’azione bellica”. Si dovrebbe realizzare mediante: “lo sfasciamento del suo esercito”, “la conquista della capitale” ed “un colpo efficace all’alleato principale”. Anche nelle alleanze occorre valutare i singoli interessi politici per comprendere se l’annientamento di uno Stato comporti o meno anche la sconfitta dell’altro. L’alleato, inoltre, ha a cuore meno l’interesse altrui che non quello proprio, sicuramente non fornendo le forze migliori. A tal fine si debbono elaborare dei piani che avviluppino l’azione bellica, ordinando i risultati intermedi al fine di raggiungere lo scopo finale. “Non si dovrebbe razionalmente cominciarne alcuna, senza dirsi ciò che si intende realizzare mediante la guerra e nella guerra. L’uno è lo scopo, l’altro è l’obiettivo finale”. Ciò che conta è “il risultato finale”, indipendentemente dai risultati parziali che portano, sommati tra loro, solo dei “vantaggi secondari”, ovvero “modificazioni che sono giustificate dalle circostanze”.
Pur nella sua violenza intrinseca, la guerra deve essere commisurata “alla grandezza delle reciproche pretese politiche”, alle “condizioni dei due Stati” ed alla “forza di volontà, carattere e capacità dei Governi”. Le forze debbono essere sufficienti a realizzare lo “scopo politico”. “Il lavoro del pensiero allora abbandona il dominio della scienza esatta, della logica, della matematica, e diviene arte nel senso più esteso della parola. L’abilità di distinguere, a mezzo del tratto sottile del raziocinio, ciò che vi è di più importante e decisivo fra una immensa quantità di cose e di rapporti”. Deve essere valutato “lo scopo politico nostro e quello dell’avversario; porre a raffronto le forze e le condizioni dello Stato nemico e del nostro; tenere conto delle relazioni politiche che esistono con gli altri Stati e degli effetti che la guerra può in essi provocare. Occorre il colpo d’occhio penetrante del genio”. La guerra ha una duplice forma. La prima è quella di “atterrare l’avversario, sia distruggendolo politicamente, sia mettendolo semplicemente nella impossibilità di difendersi ed imponendogli la pace che si vuole. Nella seconda forma, lo scopo della guerra si limita al proposito di fare qualche conquista lungo le frontiere dello Stato, sia che si intenda conservarla, sia che si voglia sfruttarla come mezzo vantaggioso di scambio nelle trattative di pace”.
La guerra si caratterizza, anche, per i seguenti elementi:
- impiego assoluto della forza (non è concepibile introdurre un principio moderatore senza avere un’assurdità e la certezza della sconfitta);
- sforzo bellico illimitato, essendo lo scontro tra due volontà che si placheranno solo con la totale sconfitta di una delle parti;
- abbattimento dell’avversario, poiché la sconfitta del nemico è la condizione per non rinnovare la lotta, evento che potrebbe portare al soccombere in un nuovo scontro. (Bonante)
La guerra non è un dato assoluto ma si contraddistingue in varie tipologie, modalità, finalità e dimensioni.
Tipologie:
- internazionale è quando coinvolge più Stati (è diadica se gli Stati sono solo due) o gruppi di Stati (coalizioni di Stati tra loro alleati che si affrontano);
- interna è quella civile od intestina che si svolge all’interno di uno Stato. Esempio classico è la guerra partigiana che vede lo scontro tra gruppi di diverse fazioni caratterizzate da contrapposte ideologie o di uno o più gruppi che si contrappongono alle istituzioni dello Stato. Molto spesso si parla, all’interno dello Stato, di “guerra al terrorismo” o di “guerra alla criminalità organizzata” (nelle sue varie forme ed articolazioni). A meno che non si trasformi in guerra partigiana o civile o guerriglia permanente, si tratta di “lotta a”, pur condotta con metodi, a tratti, militari. Manca un confronto costante, seppur asimmetrico, sul campo per poterla definire, al di là degli effetti verbali, politici, propagandistici ed altro, una vera guerra.
Dimensioni:
Tra i criteri meno opinabili potremmo indicare:
- la violenza che è misurabile in base al numero delle vittime (sul numero effettivo mai nessuno ha trovato e troverà un comune accordo);
- il numero degli Stati belligeranti; al loro numero potrebbero essere aggiunti quegli Stati che, pur non partecipando direttamente alle azioni belliche, concedono supporto mediante forniture di armamenti, intelligence (secondo alcune interpretazioni del diritto internazionale lo Stato che fornisce informazioni ad un Paese belligerante è da considerarsi “in guerra”), finanziamenti, supporto ideologico, basi militari, ecc.
- la dimensione geografica su cui insiste l’evento bellico, ovvero l’estensione dei campi di battaglia;
- la durata nel tempo che è, forse, l’elemento più oggettivo, anche se spesso dopo i trattati di pace la guerra continua con altri sistemi.
La guerra è totale quando vengono impiegate tutte le risorse materiali, economiche, demografiche, psicologiche e morali di uno Stato. Si ricorre alle guerre totali quando gli scopi politici che debbono essere perseguiti richiedono l’annientamento dell’avversario, oppure poiché “è in gioco la sopravvivenza di un popolo, come avviene nei conflitti etnici ed identitari. La guerra totale è una specie di prova suprema dei popoli”.
La guerra è generale quando vengono impiegati tutti i mezzi, comprese le armi di distruzione di massa (AMD). Diversamente dalla guerra convenzionale, le ADM vengono utilizzate e non soltanto minacciato il loro impiego.
La guerra non tradizionale o non ortodossa indica le operazioni “covert” condotte dalle forze speciali e dall’intelligence, dai contractors (mercenari di agenzie militari private), la guerriglia, la controguerriglia, il terrorismo ed il controterrorismo. Sono anche denominate guerre a “bassa intensità” (non certo per il numero di vittime e la violenza) per distinguerle da quelle effettuate dalle forze regolari.











