Le soluzioni di intelligenza artificiale basano la rispettiva forza sul volume di conoscenze progressivamente accumulate. Una volta le informazioni in questione erano frutto del contributo di specialisti ed esperti che riversavano le proprie competenze con un attento processo di selezione di quella che doveva essere la “alimentazione” dei sofisticati sistemi. Tempi e costi hanno favorito l’introduzione, anche in questo settore, di una sorta di “fast food” costituito dal lasciare libere le dotazioni informatiche in uso di pascolare sul web e ingurgitare tutto quel che trovano. E’ la tecnica dell’autoapprendimento, quella che in gergo è chiamata “machine learning”.
L’indiscusso risparmio porta però alla acquisizione di contenuti non sempre qualificati e spesso fuorvianti, giustificando la faccia sorpresa dell’utente che ottiene risposte poco precise, spesso sbagliate, non di rado deliranti.
Se il rastrellamento di dati ha già evidenti problemi suoi, lo scenario diventa ancor più torbido quando si scopre che c’è chi lavora per far incespicare i sistemi di intelligenza artificiale somministrando informazioni pericolosamente false o mettendo in pratica ogni idea possa servire per ostacolare la raccolta o renderla inutilizzabile.
A parte l’affollato mondo sotterraneo dell’underground computing, ovvero quello delle catacombe digitali in cui si radunano i vecchi della Rete e i carbonari virtuali, stanno venendo fuori parecchie iniziative che fanno capo non a bande rivoluzionarie ma a strutture universitarie e a titolati centri di ricerca. Queste organizzazioni non fanno mistero dei loro progetti e parlano di legittima difesa e di contrasto all’indiscriminato saccheggio di informazioni che hanno un regolare proprietario e che non nascono per essere utilizzate arbitrariamente da predoni di Internet.
La tutela della proprietà intellettuale è la ragione che ha spinto specialisti e ricercatori cinesi e di Singapore a mettersi al lavoro per rendere inutilizzabili i dati che vengono risucchiati dai vari ChatGPT, Gemini, Grok e confratelli.
Non potendo impedire che le informazioni vengano comunque ingurgitate dai moderni razziatori, la strategia si concentra sull’ambizioso obiettivo di bloccare l’impiego della “refurtiva”.
Gli scienziati Weijie Wang, Peizhuo Lv ed altri loro colleghi dai nomi impronunciabili hanno deciso di realizzare un sistema pratico per placare la comprensibile preoccupazione manifestata da editori, autori e altri creatori di contenuti multimediali. Si pensi al danno che subisce un’industria farmaceutica o elettronica o comunque ad elevato livello di specializzazione che si vede penalizzata dal brigantaggio telematico in corso. L’organizzazione può contare sull’appoggio dell’Accademia Cinese delle Scienze, della National University of Singapore, della Nanyang Technological University e della Beijing University of Technology.
Il progetto si chiama “AURA” ossia “Active Utility Reduction via Adulteration” e si basa su una specie di avvelenamento di quel che i sistemi di intelligenza artificiale portano via nel processo di autoapprendimento. I dati “adulterati” inducono a fornire risposte errate o infondate e le conseguenze sono facili ad immaginarsi.
Naturalmente i famelici gestori di sistemi di intelligenza artificiale sanno di poter contare su una sorta di “lavanda gastrica”, ovvero confidano in procedure che “disintossicano” le informazioni indebitamente sgraffignate ma il risultato – oltre ad esser costoso – non è assolutamente garantito.
Le persone di altre generazioni parlavano di "Solleone", ma non potevano immaginare come sarebbero aumentate le temperature estive che quest'anno mettono in crisi anche i più tenaci.
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