Nel capolavoro cinematografico Il vigile (1960) diretto da Luigi Zampa, Otello Celletti, interpretato da un magnifico Alberto Sordi, si offre di riparare l’automobile dell’attrice Sylva Koscina. Non avendo alcuna competenza tecnica, provoca ulteriori danni al motore e poi pronuncia l’iconica frase: “Ora, Sylva, possiamo pure andare a telefonare al meccanico”.
La comicità “piccolo borghese” dell’Albertone nazionale per decenni ha coinciso con la comicità italica: una comicità opportunista, egoista, con note di vigliaccheria e crudeltà. Comicità per alcuni versi infantile, come tra l’altro è, con differenti sfaccettature, la comicità di tanti altri grandi personaggi comici: Charlot, Totò, Stanlio e Ollio, Mel Brooks, Leslie Nielsen, Massimo Troisi, Carlo Verdone, fino a Checco Zalone, per citarne alcuni.
Ad Alberto Sordi va il merito di aver mantenuto per anni il monopolio della comicità, grazie alla marcata caricatura dell’arte di arrangiarsi, del qualunquismo e della viltà, tematiche in cui si è mosso il “tipo” di italiano da lui inventato: scaltro, ipocrita, opportunista, senza fede, senza ideali e senza vergogna.
Senza ideali e senza vergogna sono il romano Oreste Jacovacci e il milanese Giovanni Busacca, interpretati rispettivamente da Alberto Sordi e Vittorio Gassman nella commedia drammatica La grande guerra (1959) diretta da Mario Monicelli. Nel film – ritenuto uno dei capolavori della storia del cinema e, perciò, inserito nella lista dei 100 film italiani da salvare – Jacovacci e Busacca si ritrovano sulle rive del Piave, uniti dalla volontà di uscire indenni, ad ogni costo, dalla guerra contro l’esercito austro-ungarico.
Tra una distrazione e l’altra con Costantina, una giovane orfana e madre, interpretata da una splendida Silvana Mangano, vengono sorpresi in territorio nemico, catturati e accusati di spionaggio. Per salvarsi dalla fucilazione, decidono di fornire al nemico importanti informazioni sul contrattacco italiano in preparazione sul Piave. Ma una battuta di disprezzo verso il popolo italiano, formulata da un ufficiale austriaco, riempie di orgoglio i due soldati che cambiano idea e decidono di non rivelare le informazioni al nemico e, perciò – dopo aver insultato a loro volta l’ufficiale – affrontano con onore il plotone di esecuzione.

Il film La grande guerra somma la comicità della commedia all’italiana di Sordi ai toni drammatici della vita di trincea della prima guerra mondiale, descritta con particolari storici, tratti da due romanzi altrettanto celebri: Un anno sull’Altipiano (1938), libro di memorie di guerra, scritto da Emilio Lussu, e Con me e con gli alpini (1920), racconto di complicità e fratellanza tra gli alpini, scritto da Piero Jahier. Sulla base degli eventi realmente accaduti e raccolti nei due libri, Mario Monicelli ha delineato il profilo di Jacovacci e Busacca: antieroi rassegnati e consapevoli della fine che li attende ma decisi a riscattare la loro vigliaccheria con un gesto coraggioso e patriota.
Il “tipo” di italiano inventato da Alberto Sordi: opportunista, egoista, vigliacco e crudele quanto basta, scaltro e ipocrita, senza fede, senza ideali e senza vergogna, da tempo non calca più il set del cinema italiano. Nel tempo è stato sostituito da commissari di polizia, medici, avvocati, marescialli, assistenti sociali, criminologi, psicologi forensi e via dicendo.
Le sue caratteristiche non sono andate perse: sono state assorbite dalla politica. Nei palazzi del potere è possibile ritrovare “tipi” che, senza alcuna vergogna, mantengono in vita gli aspetti caricaturali che hanno fatto di Sordi una stella del cinema. Gli aspetti di quella comicità che, per dirla alla Pasolini, “urta e urterà sempre chi possiede una sensibilità civica e morale”.
E se, per vigliaccheria, l’attuale classe politica non sarà mai in grado, come gli eroi Oreste Jacovacci e Giovanni Busacca, di opporre un gesto coraggioso e patriota al disprezzo di un ministro straniero, non resta sperare che si faccia da parte, proprio come fece il vigile Otello Celletti, e dica con convinzione: “ora ci vuole un meccanico!”.












