C’è qualcosa che non torna. Negli Stati Uniti, paese di certo più avanti dell’Italia nell’utilizzo di tecnologie digitali nella scuola, a seguito di studi seri e ben documentati, si è arrivati a una chiara e semplice conclusione: gli studenti imparano meno quando usano la tecnologia.
Se è così, perché le scuole continuano a proporre strumenti digitali?
Secondo un sondaggio del National Center for Education Statistics del 2025, la stragrande maggioranza delle scuole pubbliche statunitensi – l’88 per cento- fornisce dispositivi a ogni studente, sostituendo quelli personali.
Peccato però che gli studenti che usano di più i computer hanno prestazioni scolastiche peggiori, come documentato dal neuroscienziato Jared Cooney Horvath nel suo libro, “The Digital Delusion: How Classroom Technology Harms Our Kids’ Learning – And How To Help Them Thrive Again“, ovvero “La delusione tecnologica: come le tecnologie di aula danneggiano i nostri ragazzi/e, e come aiutarli a crescere bene”.
Giusto che gli studenti sappiano usare un computer e sviluppino competenze e abilità per muoversi in sicurezza nel mondo dell’on-line, ma dovrebbero imparare a leggere, a scrivere e a padroneggiare la matematica su carta, non su uno schermo.
Studio dopo studio viene dimostrato che le lezioni che coinvolgono sensi e attività fisica sono particolarmente efficaci, che la comprensione è migliore quando si legge materiale stampato, piuttosto che il contenuto di un video. Si capisce di più quando gli appunti sono scritti a mano su carta, piuttosto che digitati.
Il corpo umano ha bisogno di muoversi. Stare seduti, per tempi lunghi, davanti a uno schermo, non fa bene. Gli esseri umani si sono evoluti così da interagire gli uni con gli altri, utilizzando il corpo per muoversi e come linguaggio. Gli schermi non solo non insegnano agli studenti ad avere interazioni appropriate con altri esseri umani, abilità essenziali per le loro future carriere e il benessere a lungo termine, ma fanno aumentare in modo significativo il rischio di miopia.
Le funzionalità utilizzate nella tecnologia digitale – ad esempio video e giochi progettati per tenere gli utenti incollati allo schermo con contenuti in rapido movimento – rendono più difficile sviluppare la concentrazione e l’impegno per fare ciò che l’apprendimento spesso richiede: leggere, ricercare, pensare, studiare, assimilare. Tutte attività “lente” che richiedono tempo e non presentano una stimolazione esterna costante e incessante.
A differenza dei loro coetanei statunitensi, o europei, i giovani italiani mostrano una minore esposizione e incentivazione all’utilizzo di tecnologie e strumenti educativi on-line. Anche se è di un paio di anni fa, opportuno ricordare i risultati della ricerca GoStudent Future of Education Report 2024 che ha analizzato le abitudini di oltre 10 mila tra genitori e ragazzi di età compresa tra i 10 e i 16 anni in sei nazioni, inclusa l’Italia. I risultati hanno rivelato che solo il 34 per cento degli studenti italiani fa uso di computer a scuola, ben al di sotto della media europea del 50 per cento. Ancora più basso è l’utilizzo di tablet, fermo al 25 per cento contro il 36 per cento della media europea.
Circa la metà delle istituzioni scolastiche in Italia non possiede le attrezzature necessarie per fornire accesso a strumenti di apprendimento digitale. Lo si può considerare un impedimento allo sviluppo di competenze digitali fondamentali, considerate essenziali dalla Commissione europea per il 90 per cento delle odierne professioni, il che solleva preoccupazioni riguardo alla preparazione dei giovani italiani per il futuro del lavoro.
Alla luce delle ricerche americane c’è da chiedersi se siano preoccupazioni motivate. Per trovare lavoro, meglio sapere parlare e scrivere in italiano, inglese, francese, altra lingua straniera, conoscere la storia e la filosofia, matematica e fisica, altre materie tradizionali, o meglio sapere giostrarsi con un computer?
Forse questa nostra lacuna nell’offerta formativa digitale permette una maggiore efficacia nell’insegnamento delle materie tradizionali.
Opportuno ricordare l’iniziativa BYOD, che sta per Bring Your Own Device, ovvero, in italiano “Porta il tuo dispositivo” (chissà perché occorre sempre ricorrere all’inglese quando si ha a che fare con la tecnologia). Si tratta dell’insieme dei criteri fissati in un istituto scolastico per consentire al personale e/o agli studenti di utilizzare dispositivi personali (smartphone, laptop, tablet, o altro), anziché costringerli a utilizzare i dispositivi forniti dall’istituto per tale scopo. Sempre che vengano forniti, ovviamente.
Il ricorso al BYOD in ambito educativo è espressamente previsto dal Piano Nazionale Scuola Digitale (PNSD), il documento di indirizzo del Ministero dell’Istruzione e del Merito “per il lancio di una strategia complessiva di innovazione della scuola italiana e per un nuovo posizionamento del suo sistema educativo nell’era digitale”.
A seguito di operazione di “taglia e cuci” da documentazione ufficiale, si riporta quanto segue: “L’obiettivo è quello di “alleggerire” le classi da strumentazioni informatiche costose, ingombranti e presto obsolete, promuovendo una didattica digitale basata sull’integrazione dei dispositivi elettronici personali degli studenti e degli insegnanti con le dotazioni tecnologiche degli spazi scolastici.
Si tratta di una irrinunciabile occasione che permette ai docenti di puntare al raggiungimento delle competenze attraverso la mediazione di linguaggi moderni e accattivanti, capaci di proporre i contenuti in chiave interattiva e multimediale, pronti a rispondere alle esigenze individuali degli alunni e in grado di incoraggiare modalità di apprendimento di tipo cooperativo.
Ai ragazzi è così consentito, sotto la guida e il controllo dell’insegnante, di accedere al web in classe per ampliare gli orizzonti della ricerca e della conoscenza; di entrare a far parte di social network per la didattica dove l’apprendimento subisce un vero e proprio capovolgimento; di rispondere a quiz e sondaggi utilizzando direttamente il proprio smartphone come telecomando (Student Response Systems).
In questo contesto di innovazione metodologica e sperimentazione didattica, alla scuola, con l’ausilio di figure esperte ed il supporto di una specifica formazione per i docenti, sarà affidato anche il compito di educare le nuove generazioni al tema della sicurezza on-line e ad un uso critico e responsabile delle tecnologie digitali.”
Ci si augura che il “burocratese” sia stato debitamente apprezzato.
Molto più recente, infatti è di un paio di giorni fa, il provvedimento varato dal Consiglio dei ministri per regolare l’uso dell’intelligenza artificiale in alcuni campi, scuola compresa. Le Indicazioni nazionali, cioè i programmi scolastici, vengono innovati. Dichiara il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara: “l’Ia entra in modo esplicito, forte, prepotente, all’interno del curriculo formativo dei licei, mentre per quanto riguarda le scuole elementari vi sono dei cenni che già abbiamo inserito nelle Indicazioni nazionali del primo ciclo: innanzitutto abituare i bambini al linguaggio dell’Ia partendo ad esempio dal concetto di algoritmo. Infine si avrà l’utilizzo dell’Ia per l’alfabetizzazione degli adulti e nei percorsi formativi degli Its, in particolare del 4+2.”
Non è del tutto chiaro come ci si possa abituare al linguaggio dell’Ia partendo dal concetto di algoritmo…
Comunque, dice ancora il ministro Valditara, “Occorre innanzitutto educare, formare i giovani alla consapevolezza dei rischi legati all’Ia, rischi legati all’utilizzo dei social, dei device, ma in particolare per quanto riguarda l’aspetto qui in gioco dell’Ia. Poi c’è tutto il tema dei risvolti etici connessi con l’Ia”.
Ovviamente la responsabilità dell’educazione e della formazione è demandata ai docenti ed è stato già avviato in quattro regioni (Calabria, Toscana, Lazio e Lombardia) l’utilizzo di assistenti virtuali per potenziare gli apprendimenti: «I primi risultati ci confortano, perché gli apprendimenti sono migliorati di un punto rispetto all’insegnamento tradizionale», ha spiegato Valditara. Da cui si deduce che il Ministro ne sa ben di più degli autorevoli studi statunitensi prima menzionati.
Nulla contro gli assistenti virtuali, anche se non è del tutto chiaro cosa siano e cosa debbano fare.
Nulla contro la tecnologia se ben utilizzata nelle giuste dosi.
Il 74 per cento dei giovani intervistati nell’ambito della già citata ricerca GoStudent Future of Education Report 2024, dimostrando capacità di previsione e notevole saggezza, vedono nella tecnologia un mezzo cruciale per un apprendimento più efficace. Un mezzo, non il fine.
Anche i genitori riconoscono il valore di un’educazione più digitalizzata, evidenziando come permetta una personalizzazione dell’apprendimento e un avanzamento individuale.
Inutile negarlo: l’intelligenza artificiale generativa è uno strumento scolastico. La usano gli studenti (basta con la sciocchezza imperante che la utilizzino per farsi fare i compiti), la usano i professori per organizzare le lezioni, o personalizzare le spiegazioni, in base alle esigenze di aula.
L’Ia è uno strumento potentissimo e per sfruttarlo al meglio è bene conoscerne i rischi e le opportunità, soprattutto quando entra nella didattica. Deve e può arricchire lo studio e la conoscenza, ma servono nuove competenze da imparare e soprattutto da insegnare.
Ben venga un’educazione più digitalizzata, ma che non sia troppo digitalizzata. I docenti umani non diventano virtuali, non vengono sostituiti, ma vedono il loro ruolo evolvere per essere ancora più importante di quello attuale. La loro presenza fisica è sempre più essenziale.
Servono docenti ancora più motivati, presenti, aggiornati, selezionati e soprattutto ben pagati. Un professore di scuola media con 15 anni di carriera guadagna, in Italia, a parità di potere di acquisto, il 44 per cento di quanto riceve il suo omologo in Germania, o il 28 per cento del collega del Lussemburgo.
Tra tutti i paesi europei, l’Italia (con una retribuzione media di 32mila 892 euro/anno) occupa le ultime posizioni (quint’ultima su 14 paesi).
In Italia la differenza retributiva tra un docente di scuola media con titolo di laurea rispetto ad altro lavoratore con stesso titolo di studio è pari a un terzo: il docente guadagna il 33 per cento in meno. Che i docenti siano pagati meno rispetto ad altre professioni a parità di titolo di studio succede anche in Europa, ma la differenza si attesta, mediamente, al 13 per cento.
Non si fa scuola, non si cresce, non si migliora con i fichi secchi. Il ministro Valditara ha annunciato lo stanziamento di 100 milioni di euro per la formazione dei docenti nella didattica relativa all’intelligenza artificiale.
Iniziativa buona e giusta, ma non sufficiente.
I docenti, che fanno il mestiere più bello e difficile che ci possa essere, a cui come genitori affidiamo la formazione e la crescita intellettuale dei nostri figli, di fatto responsabili del successo delle prossime generazioni, oltre a formarli, vediamo anche di pagarli il giusto.












