Non spaventa il signor generale Vannacci che avanza trionfale con la sua “sporca dozzina”, orgoglioso dei suoi reclutati e loro del condottiero.
Non spaventano le adunate oceaniche che abbiamo già visto nei prati di Pontida o nelle piazze dei Vaffa Day di un comico genovese. Che dovrebbero dire i nostri antenati che hanno conosciuto Masaniello e i libri di storia che riportano l’epilogo?
Non spaventa chi conquisterà agevolmente il dieci o addirittura il dodici per cento dei consensi, pari a meno del cinque-sei per cento della popolazione visto che a votare ci va la metà degli aventi diritto.
Quel che ci terrorizza è chi lo applaude, osannando il suo elenco di problemi che chiunque conosce da sempre e che – da altrettanto sempre – nessuno riesce a risolvere.
A differenza dei politici tradizionali – che a ciascuna questione spinosa sanno abbinare una falsa promessa – il generalissimo si limita a sciorinare luoghi comuni su indigeste iniquità senza preoccuparsi di formulare soluzioni, di indicare percorsi per il graduale perseguimento degli obiettivi, di far capire che sa di cosa parla, di disegnare in modo rifinito il “futuro nazionale” che per lui probabilmente è solo un brand e non il domani che ci aspetta.
Assertivo, ipersensibile alle osservazioni che gli vengono mosse, pronto a recitare il suo breviario colmo di invocazioni all’odio e all’intolleranza, riesce a calamitare l’attenzione e la simpatia di chi legittimamente non sopporta più le ingiustizie ma meno lodevolmente si accontenta di chi le enumera senza immaginare il da farsi.
E’ il semplice “esser d’accordo” il collante che invischia gli insofferenti, l’elemento di coesione che non lascia spazio all’inevitabile quesito “cosa facciamo e soprattutto come?” che è destinato comunque a risposte vaghe ed elusive.
Gli incontri non somigliano alle riunioni dell’Accademia dei Lincei, del CNR o dell’ENEA, ma – pur nella loro serietà – ricordano più Zelig dove al posto delle risate ci sono travasi di bile.
Sembrano sagre popolari a menu fisso, dove i piatti tipici sono gli immigrati da rimpatriare e gli omosessuali cui garantire diritti limitati all’essenziale. Tutti si entusiasmano e con gli applausi coprono lo stridore dei giri di vite che andranno a comprimere le libertà di tutti e non solo di “negri” e “froci”.
L’atmosfera è quella del sadomasochismo in cui mancano bardature di cuoio e aculei metallici, ma comunque c’è chi brama di avere un capo autoritario, qualcuno con la frusta, qualcun altro che sia pronto a trebbiare il grano non a torso nudo ma con una vestaglietta frou-frou…
Le riunioni servono solo per fare la conta di chi è incazzato e che va in overdose nel restare ammaliato dall’esposizione non proprio pacata di chi incarna un essere militare che fortunamente non coincide con il normotipo di chi veste o ha vestito con dignità e impegno un’uniforme.
Le adesioni entusiastiche non riguardano solo i sostenitori ma anche chi – certo di non esser rieletto in Parlamento o a Bruxelles nel partito di appartenenza – ha agilmente cambiato casacca per indossare quella della squadra che vincerà il prossimo campionato elettorale.
L’habitat del malumore è stato creato da chi se ne è fregato degli italiani e in questi anni ha ritenuto di risolvere ogni questione con slogan e ritornelli ora superati da quelli di Vannacci. Tra il dire e il fare non ci sono il promettere e e l’illudere, perché prima o poi arriva (ed è arrivato) chi garantisce che il suo pugno di ferro sarà la panacea. Al pugno sbattuto sul tavolo con virile possanza corrisponderanno quello allo stomaco dei cittadini e quello di mosche dei risultati…
L’esclusione dell’Italia ai Mondiali di calcio è una iattura. Non ci si potrà infiammare con discorsi sportivi, ma si sarà costretti a constatare che le sabbie mobili dello sfacelo nazionale ci stanno risucchiando…
Si dovrà stare attenti alla corda che viene lanciata in aiuto perché potrebbe essere un cappio o propedeutica a legare la nostra libertà.
Niente paura. Non se ne parla già più. Come se nulla fosse successo.
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