Il libro, almeno per ora, è purtroppo solo in inglese. Traduzione del titolo in italiano: “Cambio di regime: la presidenza imperiale di Donald Trump vista dall’interno”. Gli autori, Maggie Haberman e Jonathan Swan, cronisti del New York Times, hanno fatto uno splendido lavoro di giornalismo politico nel raccontare i dettagli di fatti ed eventi del primo anno e mezzo del secondo mandato del Presidente Trump.
Avvincente e ricco di sfumature, basato su centinaia di interviste alle persone informate sui fatti e sui resoconti inediti provenienti dalle stanze più blindate dell’amministrazione Trump, gli autori correggono le distorsioni del mondo di narrazioni, illusioni, fantasie e negazioni che Trump ha costruito attorno a sé.
Raccontano di come Trump abbia operato un “cambio di regime”, mutando radicalmente la natura della carica che ricopre; raccontano di come eserciti il potere e di come il potere americano venga percepito dal resto del mondo; raccontano di chi abbia tentato di fermarlo e del perché quasi tutti abbiano fallito.
“Regime Change” porta il lettore all’interno della Situation Room della Casa Bianca, la “Sala Crisi” che poi sala non è. Si tratta infatti di un insieme di sale conferenze sicure, uffici, postazioni di lavoro progettato per consentire le più critiche e segrete analisi, confronti e decisioni degli Stati Uniti.
Ci ritrova nello Studio Ovale a seguire il processo che ha portato alle deliberazioni che hanno dato il via a una nuova guerra in Medio Oriente, a sigillare i confini, a dispiegare la Guardia Nazionale nelle città e inviare agenti dell’immigrazione a scontrarsi con i manifestanti, a uccidere cittadini innocenti.
Rispettando la tradizione statunitense del fare la cronaca di una presidenza guardandola dall’interno, Maggie Haberman e Jonathan Swan ci conducono dietro le quinte di una presidenza che ha modificato la cultura del Paese, trasformando il Dipartimento di Giustizia in uno strumento di ritorsione contro i nemici del Presidente.
Vengono svelate le dinamiche del secondo mandato di Trump e di come esso sia alimentato da un’ironia storica che lo stesso Trump ha finito per comprendere per usarlo a suo vantaggio: le incriminazioni, le condanne, i tentativi di assassinio e quattro anni di esilio non lo hanno indebolito, bensì reso molto più potente, vendicativo e propenso a rischiare il tutto per tutto.
Particolare attenzione viene posta nel mettere in evidenza i dettagli che rivelano come il presidente in questione si rapporti alla carica stessa.
Gestisce la Casa Bianca in un modo peculiare? Come affronta sfide e crisi? Su quali questioni si affida a collaboratori e assistenti e su quali segue il proprio istinto, o valutazioni? Come gestisce l’incessante flusso di informazioni, riservate e non, provenienti da una serie apparentemente infinita di fonti?
La complessità, in crescita continua, dell’apparato amministrativo e l’espansione delle responsabilità della carica hanno spinto i presidenti statunitensi a istituire nuovi processi istituzionali, concepiti per garantire l’accesso alle informazioni disponibili migliori e più accurate. Al di là delle considerazioni pratiche, ciò dava loro un modo per contrastare una delle patologie dell’autorità esecutiva: la tendenza a privilegiare l’intuizione personale su ogni altra cosa. Tuttavia, per i presidenti rimane estremamente difficile evitare la trappola di lasciarsi inebriare dalla propria visione.
Secondo Haberman e Swan, Trump ha completamente abbandonato questo processo. Non solo. Ha strutturato la sua Casa Bianca in modo da dare priorità ai propri istinti, troppo spesso arbitrari, su qualsiasi altra considerazione. Ha tolto qualsiasi spazio alle opinioni divergenti. Il dissenso interno non è tollerato al punto di diventare un tabù.
Quindi, le informazioni che Trump riceve non sono mai neutre, oggettive. Quasi tutto viene confezionato su misura per assecondare i suoi capricci, i suoi impulsi e il suo temperamento volubile. Il risultato è evidente: un isolamento dalla realtà tale da farlo vivere, di fatto, in un mondo dei sogni, in una favola.
Haberman e Swan descrivono un Trump incapace di guardare oltre le prime fasi di qualsiasi iniziativa e costantemente colto di sorpresa dagli ostacoli politici e dalle reazioni avverse.
Le recenti controversie, dall’esaurimento delle scorte di munizioni sofisticate delle forze armate, al deterioramento delle condizioni di alcune unità navali, risultano più comprensibili se si considera l’alta probabilità che a Trump vengano riferite ben poche informazioni sulla reale situazione bellica. Alla luce dei fatti recenti, è molto più probabile che gli venga detto ciò che vuole sentirsi dire: che l’America sta vincendo e che l’Iran è sull’orlo della resa. Non stupisce che invii carte geografiche dove lo Stretto di Hormuz è indicato come territorio americano.
Dalla lettura di “Regime Change” emerge, senza ombra di dubbio, come Trump consideri la sua carica uno sfacciato mezzo di profitto e anteponga costantemente sé stesso al Paese. Non mostra di preoccuparsi minimamente del benessere dei suoi concittadini.
Anche in questo caso, non c’è da rimanere sorpresi. Lo ha sempre fatto. Eppure circa 77 milioni di elettori lo hanno votato nel 2024, 74 milioni nel 2020 e 63 milioni nel 2016. Nel 2020 ha perso. Donald Trump è lo specchio di ciò che è gran parte del paese Stati Uniti, nel suo intimo, nei suoi veri valori, nella sua essenza: un soggetto non razionale.
Inutile cercare particolari complessità. Trump è di una semplicità disarmante. Ha un solo tratto caratteriale: essere ossessivamente concentrato sull’alimentare il proprio ego che si traduce nell’arricchimento suo e della sua famiglia e soprattutto sull’ostentazione continua del potere.
Si circonda di oggetti e decorazioni in oro. Svolazzano per le stanze e le sale della Casa Bianca aquile dorate, napoleoniche, simbolo della sua presidenza imperiale al cui carattere contribuisce un Congresso a guida repubblicana che asseconda, con terrore, ogni suo capriccio e una Corte Suprema concentrata esclusivamente su sé stessa. Tutti elementi che rafforzano la possibilità che troppe cose possano andare molto storte.
Gli imperi passati sono tutti crollati e non c’è motivo che sorte diversa sia riservata a quelli attuali, o in costruzione.
Gran parte dei danni causati dalla seconda amministrazione Trump è opera della amministrazione stessa. Sono stati Trump e i suoi alleati a smantellare una burocrazia, forse complicata, ma funzionante, a screditare la scienza e a trascinare il Paese in una nuova palude mediorientale.
Si può solo ringraziare la buona sorte che non si sia ancora verificata una vera crisi, ovvero quel tipo di evento catastrofico che richiede una leadership attiva ed efficace. Attraverso la loro inchiesta, Haberman e Swan chiariscono che, se e quando il Paese dovesse affrontare una simile crisi, sia il presidente che la sua amministrazione si farebbero trovare del tutto impreparati.
Comunque, la storia raccontata è lungi dall’essere conclusa. Non è possibile valutare in tempo reale il carattere e le conseguenze di questo secondo mandato di Donald Trump. Ai posteri, o meglio agli storici, l’ardua sentenza.
Una volta completata la lettura si rimane con la preoccupazione di fondo di quanto possano ancora peggiorare le cose. Domanda: esiste un limite al degrado di una democrazia, di un sistema paese? Una domanda che non riguarda solo gli Stati Uniti.
Il quadro che viene delineato delle personalità che hanno contribuito a plasmare la seconda amministrazione Trump è vivido al punto di riconoscere in molte di esse gli attori e i protagonisti della nostra politica, del nostro governo.
Le relazioni e le dinamiche che sembrano guidare il processo decisionale del presidente Trump e della sua amministrazione si possono ritrovare nelle nostre cronache politiche e parlamentari.
Peccato che noi di imperiale si abbia poco, o meglio nulla.
Siamo solo patetici e sorge il forte sospetto che sì, esiste un limite al degrado di una democrazia, di un sistema paese ed è, per definizione stessa di limite, unico.
Nel vedere cosa accade negli Stati Uniti c’è da avere paura.












