L’attuale Leone, il quattordicesimo, chiude il Giubileo con la stessa preoccupazione del papa di cui ha preso il nome e che, nel primo anno dello scorso secolo, murò la Porta Santa invocando l’”inno alla pace” come scrisse l’Osservatore Romano il 25 dicembre del 1900.
Quella mattina, a guardare piazza san Pietro, sembravano dimenticate le “conturbazioni” e l’angoscia patite da chi, il 21 febbraio 1878, otto anni dopo la presa di Roma da parte del Regno d’Italia, “per l’avversità dei tempi” non aveva potuto tributare a Leone XIII appena eletto “quelle splendide onoranze che si vorrebber in questa Italia, la quale pur deve alla Chiesa le sue più eccelse glorie”.
Invece, nel primo Natale del ‘900, “fin dalle prime ore, vedevasi da ogni parte della città carrozze signorili di cardinali, vescovi, diplomatici e principi dirigersi verso il maggior tempio della Cristiani, così pure tranwais ed omnibus rigurgitanti di gente e un infinito numero di pedoni. Sulla piazza, il pigiarsi del popolo dietro i cordoni militari”.
In basilica non c’erano i Reali d’Italia, ma italiani erano gli attrezzi e il materiale usati dal pontefice per murare la Porta: una cazzuola d’oro “eseguita” dal prof. Tartarini di Bologna, gli “schifi” per il cemento e le monete, come pure la croce da porsi all’esterno, tutto dono dei milanesi; i mattoni in terra cotta della Ditta Ferrini e Paoletti di Perugia;
Il papa non consentiva ai cattolici di partecipare alla vita pubblica del nuovo stato “usurpatore”, ma gli italiani restavano protagonisti del maggior evento della Chiesa universale. Come una sorta di segno di pace che, così, veniva scambiato tra le due rive del Tevere.
E alla pace il papa e il suo giornale, L’Osservatore Romano, dedicavano la giornata. Come oggi.
La pace, fu scritto, “la cercano i filosofi senza trovarla, i potenti che declinano dalle vie della giustizia a prezzo di guerreschi apparati”. Centoventicinque anni dopo, il messaggio è lo stesso. Non cambia. Come non cambia e forse non cambierà l’uomo.
Nonostante le indulgenze plenarie, il pentimento, la remissione dei peccati, il condono tombale delle pene concessi ai pellegrini che, in numero sempre maggiore, arrivano a Roma per i Giubilei. Dal 1300.
Monsignor Rino Fisichella, a capo – per parte ecclesiastica – dell’organizzazione giubilare attuale ha calcolato in 34 milioni i cattolici passati nel 2025 attraverso la Porta Santa e accolti dalla città di Roma che ha approfittato dell’occasione per rifarsi un po’ di look urbano con il cosiddetto “Metodo Giubileo”. In sostanza, istituzioni, enti, e soprattutto i loro uffici si sono accordati per fare, anziché rinviare. Tanto che il Sottosegretario. Alfredo Mantovano, capo dell’organizzazione di parte civile, ha invitato a non confinare il metodo all’evento giubilare, perché – dice – “Non è vietato farlo funzionare nell’ordinario”.
Un successo, dunque, il Giubileo di Leone XIV.
Ma lo fu anche quello dell’altro Leone, il XII, grazie, però, all’allora recente invenzione della locomotiva, della ferrovia che fece aumentare di cinque volte il tradizionale numero dei gruppi di pellegrini.
Nessun “Metodo Giubileo”, invece, tra le due sponde del Tevere. Anzi, mentre nella città Leonina (dal nome di un altro grande Leone, il IV) si preparava l’anno santo, le autorità statali e comunali facevano erigere una statua a Giordano Bruno in Campo de’ Fiori, lì dove papa Clemente VIII, nel 1600, lo aveva fatto mettere al rogo. Lo sguardo irato e cupo era rivolto verso il Vaticano.
Sul Gianicolo, poi, veniva inaugurato il monumento a Giuseppe Garibaldi. Proprio sopra a san Pietro. A cavallo anch’egli e nell’atto guardare da conquistatore la piazza sottostante.
Lì, però, i vecchi papalini di Borgo Pio, alzando appena lo sguardo e scuotendo la testa, pare dicessero: “ ‘A Pé…e scenni da cavallo!”











