L’autore sicuramente non necessita di presentazione, sarebbe troppo lungo il suo curriculum; nell’esergo pone alcune righe di Italo Calvino. Tra queste estraiamo: “Per me il cinema è stato come il mondo” parole nelle quali sia Veltroni, sia molti italiani (io compreso) si riconoscono.
La storia è quella di Giovanni che nel 1937 inizia a lavorare nel bar di Cinecittà, all’epoca in piena campagna. Va in bici da Via Urbana, Rione Monti, pieno cento di Roma, una distanza ragguardevole; ora con circa 30’ di metro si arriva. Strade in parte polverose, non del tutto asfaltate e piene di acquitrini.
Aveva sedici anni; dopo un primo timido e impacciato ingresso nella città del cinema, ancora da ultimare, rimane stupefatto dall’enormità degli spazi. Segue i consigli del padre, operaio ai mercati generali: devi essere educato e saggio.
Il giorno dell’inaugurazione di Cinecittà fu estenuante, una sfilata di camicie nere e tanta gente importante. Romoli, responsabile del bar, non era particolarmente affezionato al duce. Siamo al ridosso del secondo conflitto mondiale; una Roma tranquilla, ingenua, che gioisce per quel poco che ha. Acquistare un biglietto allo stadio Testaccio pareva un sogno; si vedeva solo metà stadio, salendo sul Monte dei Cocci.
Cinecittà pullula di attori e registi; i loro nomi in parte sono dimenticati o poco conosciuti dai giovani. Lentamente si trasforma in una piccola città con i tanti servizi dove lavorano, in varie mansioni, oltre mille persone. Il giorno della dichiarazione di guerra la gran parte è infervorata, solo pochi comprendono che presto cambierà tutto ed i lutti saranno pane quotidiano per il Paese. Lentamente Romoli apre a Giovanni gli occhi verso il mondo reale. Si citano aneddoti e pettegolezzi di personaggi noti e non. Alcuni diverranno famosi. Il cinema nel periodo bellico lentamente si spegne. Dopo l’8 settembre Cinecittà divenne un campo per sfollati. Alla fine i nazisti rubarono tutte le apparecchiature. Tanti scomparirono in guerra, comunque un modo diverso, ma altrettanto efficace, di rievocare quegli anni. Tra le tante comparse Giovanni fa amicizia un giovane che diverrà famoso: Marcello. Povero in canna non poteva pagarsi i caffè: era Mastroianni. Non era il solo a sbarcare il lunario con estrema difficoltà.
Tra tanta tristezza e barbarie Giovanni trova l’amore della vita: Mariuccia, un’affascinate sartina. Scorrono tanti nomi ma ne citiamo solo alcuni immortali: De Sica, Sordi, Fellini. Con il dopoguerra vi è la rinascita e le maestranze (oltre mille) vennero riassunte. I ragazzi si sposano e Marcello, che doveva essere il suo testimone di nozze, per un impegno nel cinema, quello vero, giunge solo per la torta. Viene sostituito da Romoli che, dopo la perdita del figlio in guerra, affida la responsabilità del bar a Giovanni.
Emerge il cinema italiano con il neorealismo, il coraggio di raccontare l’Italia che è. Tornano alla memoria i conti con il passato, i compromessi con un regime con il quale tutti hanno dovuto convivere per vivere.
Giovanni e Mariuccia comprano una vespa e hanno un figlio; anche per il battesimo Marcello arriva al dolce e padrino è Romoli, ormai sostituto di Marcello. Per i 15 anni di Cinecittà (aprile 1952) il libro ci regala un profluvio di nomi che hanno dato lustro al nostro cinema. Poi la televisione, rara nelle case, quasi sempre presente nei bar dove la gente si raduna per le trasmissioni famose dell’epoca. Gli anni passano; ai primi sessanta i grandi successi internazionali. Poi le macchiette delle comparse, molte provenienti dall’hinterland romano per arrotondare i magri bilanci familiari o con la speranza di emergere. Giovanni e Mariuccia pian piano si identificano con il mondo di Cinecittà, amano il cinema e lo vivono intensamente.
Cinecittà è una fabbrica di sogni e di speranze per comparse, attori, registi, per tutti quelli che lavorano al suo interno. Le generazioni cambiano, anche le idee e le abitudini. Il libro è dolce, a tratti commovente per le gioie dei protagonisti perché i grandi dolori, non approfonditi, rimangono velati, solo accennati. I sacrifici per la mera sopravvivenza vengono fortunatamente messi alle spalle. Un mondo molto diverso dall’attuale quando la parola data aveva valore. Un libro profondo raccontato sotto la lente di Giovanni. Cinecittà non è più quella ma molti sogni svaniscono nella vita.
Tanti momenti e ricordi vissuti dai diversamente giovani: grazie Veltroni per un tuffo nel cinema, in un mondo vicino che sembra lontano e per il richiamo alle tante sale romane ormai chiuse.
Nel 1946, dopo il 2 giugno, sul Torrino del Quirinale, la bandiera nazionale con lo stemma della Real Casa Sabauda continuò a sventolare fino al 13.
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