Ad Amendolara non sono bruciati vivi soltanto quattro sventurati, ma sono rimaste carbonizzate anche e soprattutto la dignità umana e la legalità.
Il rogo all’area di servizio è il falò delle speranze di un Paese più giusto, addirittura più umano.
A tenere chiusi gli sportelli di quel veicolo dato alle fiamme c’eravamo anche noi, le Istituzioni per prime. Non impietosirci per le urla di disperazione è ormai abituale e non è semplice ipoacusia sociale, ma irreversibile sordità dei sentimenti.
Il cittadino ha paura di denunciare. Il cittadino sa che nessuno farà nulla. Il cittadino teme di esporsi perché non ci sarà tutela. Il cittadino che vede, preferisce voltarsi. Comincia così il distacco dal molo della civiltà e nelle vele soffia il vento della criminalità organizzata che incrementa il suo potere e oscura l’alba di un giorno migliore.
Le Istituzioni non dovrebbero aver paura. Le Istituzioni non possono sentirsi dire che nessuno farà nulla e che il cittadino non avrà la dovuta protezione. Le Istituzioni dopo questo ennesimo episodio dovrebbero chiedersi se mai avessero avuto occasione di fare qualcosa per evitare un evento del genere.
Il macabro fatto di Amendolara, ad esempio, parte da un fenomeno che è sotto gli occhi di tutti e che potrebbe essere arginato senza aver necessità di miracolistici detective.
Il caporalato è qualcosa di atavico e – a parte le chiacchiere – non s’ è mai fatto abbastanza nonostante la facilità a contrastarlo. Perché? Semplice, perché fa comodo a tutti.
I moderni negrieri che portano braccia a raccogliere frutta e ortaggi agiscono con la più imperturbabile nonchalance, grazie alle carenze organiche delle forze di polizia (e qualche volta in virtù della loro assenza) e alle “autorizzazioni amministrative” che la ‘ndrina, la cosca o la famiglia di turno concede dopo averne pattuito le condizioni e verificato il rispetto.
Non mi si dica che è difficile rilevare le plateali manifestazioni di questo fenomeno, perché basta gironzolare per le campagne, guardarsi attorno, notare plotoni di schiavi chini sul terreno, segnarsi le targhe dei veicoli che vengono lasciati in prossimità dai kapò visto che gli altri arrivano con i mezzi di chi li recapita e se ne va.
Le persone soggiogate garantiscono il massimo profitto al latifondista che a sua volta paga il pizzo, sono una opportunità per chi li trasporta con i suoi pulmini, sono un business per chi li depreda dandogli un giaciglio in un magazzino… Potremmo continuare fino ad arrivare a noi stessi, sì proprio a noi che andiamo a fare la spesa e non ci domandiamo quanto orrore si nasconda dietro la cassetta di pomodori che vediamo sul banco del mercato.
Non si pensi ad una questione o persino ad un regolamento di conti tra extracomunitari, perché quel che è successo ha avuto la benedizione del boss della zona, ben consapevole che adesso vedrà un fiorire di pattuglie e che queste appassiranno nel giro di qualche giorno.
La più vicina stazione dei Carabinieri sta a Roseto Capo Spulico ed è aperta solo per pochissime ore solo nella mattina solo dal lunedì al venerdì.
Probabilmente nel resto della giornata, la notte e nei weekend ci sarà un citofono che, vero stacanovista, è operativo 24 ore su 24 e permette al piantone del Comando Provinciale (che nella fattispecie sta a un’ora e mezza di macchina) di rispondere che l’unica “radiomobile” è purtroppo già impegnata altrove.
A chi promette maggior sicurezza chiederei di spiegarci come si sia potuti arrivare a tutto questo.
Al Ministro Matteo Piantedosi e alla Ministra Marina Elvira Calderone domanderei se hanno qualcosa da dire e avrei l’incuriosita pazienza di attenderne una risposta e non uno slogan.
Onofrio del Grillo, il leggendario Marchese sinonimo di protervia e sopruso, si era docuto accontentare dell’ormai classico “Io so’ io, e voi non siete un cazzo”.
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