Invidio coloro che sono in grado di leggere un‘enciclica e scrivere un commento nel giro di un paio d’ore. A me serve più tempo. Però alla fine oso anch’io proporre qualche, spero non troppo banale, considerazione.
Condivido appieno la valutazione della filosofa Anne Alombert, specialista della tematica dell’intelligenza artificiale, docente all’università Paris-VIII, autrice di “De la bêtise artificielle”, ovvero “Della stupidità artificiale”, pubblicato l’anno scorso da Allia.
In una intervista da lei rilasciata a “Le Monde”, il 30 maggio scorso, afferma che “Magnifica humanitas”, la prima enciclica di papa Leone XIV, è un testo da considerarsi originale perché, in primo luogo, evita la doppia trappola dell’idealismo etereo e del cinismo rassegnato, sottolineando l’ambivalenza di qualsiasi tecnologia che non costituisce né una soluzione, né un male in sé.
In seconda battuta, la lettera papale rifiuta l’alternativa semplicistica tra tecnofilia ingenua e tecnofobia reattiva, insistendo sulla non neutralità della tecnologia che “prende il volto di coloro che la progettano, la finanziano, la regolano e la utilizzano“.
Così facendo, l’enciclica non riduce l’intelligenza artificiale a un problema morale, o etico, come fanno coloro che ritengono che basterebbe “allineare” i modelli di IA ai nostri valori per trovare le soluzioni. Papa Leone XIV ne fa una questione politica, invita a chiedersi chi sviluppa questi sistemi, secondo quali modelli economici, quali progetti politici e per quali usi, facendo notare che oggi i motori dell’innovazione tecnologica, dotati di mezzi colossali, sono gli attori privati e non più quelli pubblici.
L’enciclica riporta un vero e proprio appello di Leone XIV per l’azione pubblica: invita a dotarsi di “strumenti normativi adeguati” e afferma la necessità di “opporsi, con scelte pubbliche a lungo termine, agli interessi immediati delle piattaforme“, in particolare quando contravvengono al benessere dei minori, ma anche dei cittadini disinformati, dei lavoratori sfruttati, o considerati obsoleti.
Così facendo, la nozione di “bene comune” viene considerata “il nucleo” dello sviluppo dell’IA e motiva la necessità di eventuali limiti.
“Magnifica humanitas”, si apre con il confronto tra due episodi tratti dalla Bibbia, ognuno dei quali evoca un diverso rapporto con la tecnologia: da un lato la costruzione della torre di Babele, narrata nel Libro della Genesi; dall’altro la ricostruzione delle mura di Gerusalemme, descritta nel Libro di Neemia.
Scopo del confronto è presentare una nuova alternativa, superando la diatriba “pro o contro l’IA”, tra due progetti tecno-politici: costruire Babele, o ricostruire Gerusalemme.
Babele è l’archetipo del progetto basato sull’omologazione e uniformazione (delle conoscenze, delle lingue) e sull’onnipotenza di pochi.
La ricostruzione delle mura di Gerusalemme, invece, mobilita la diversità e la molteplicità delle competenze, la solidarietà collettiva, i contributi del maggior numero di soggetti.
Le grandi aziende tecnologiche oggi abitano Babele: competono ferocemente, ma in realtà sviluppano gli stessi modelli e i loro usi vengono uniformati.
Un’altra politica industriale, ispirata dalle mura di Gerusalemme, è tuttavia possibile, partendo dalle esigenze locali delle popolazioni in materia di istruzione, salute, alimentazione, o trasporto. Dispositivi costruiti in collaborazione con gli utenti, con i cittadini e non imposti in modo omogeneo ed egemonico.
La “Magnifica humanitas”, evoca diversi rischi: delega delle capacità di ragionamento, influenze ideologiche sulla vita democratica, dipendenza emotiva e desocializzazione.
Il capitolo 4, dal titolo “Preservare l’umano nella trasformazione”, parla di cosa e quanto viene minacciato dallo sviluppo incontrollato dell’IA: la verità, il lavoro, la libertà. Però, bene sottolinearlo, il testo evita sempre la trappola tecnofoba e mette in evidenza le infrastrutture tecno-economiche attuali come fonte del problema: la gestione centralizzata della produzione e della circolazione dell’informazione, il potere di influenza esorbitante dato a coloro che possiedono i mezzi di comunicazione.
Sul nostro rapporto con la verità, per esempio, non si ferma all’idea che bisogna andare a caccia di informazioni false. Chiede di mettere in discussione l’architettura algoritmica che le favorisce.
Allo stesso modo, sulla questione del lavoro, vengono evocati i rischi di precarizzazione, di dequalifica, di sostituzione, o anche di sorveglianza, ma vengono fatte delle proposte. Il lavoro è considerato come un luogo di contributo, in cui ognuno deve potersi sviluppare e partecipare al collettivo. Occorre pensare il lavoro al di là dell’occupazione, valorizzare le professioni sanitarie e sociali, mettere in discussione gli indicatori economici.
Per affrontare le sfide dell’IA, sembra necessario mettere in discussione i nostri modelli di società.
Non me ne voglia il Santo Padre e il comitato di saggi che lo hanno assistito nel definire i contenuti dell’enciclica, ma si poteva fare di più nel proporre, nel suggerire l’esistenza di soluzioni tecnologiche collettive alternative ai modelli dominanti monopolistici. Queste alternative esistono, ma sono poco pubblicizzate. Oltre alla classica Wikipedia, un valido esempio è la piattaforma americana di democrazia partecipativa Pol.is. Sono soluzioni che provano come sia possibile utilizzare le tecnologie digitali secondo logiche che superino quelle del bieco sfruttamento di dati e risorse.
Tutti dovrebbero meditare su quanto detto da papa Leone XIV nelle conclusioni della sua lettera enciclica:
“Guardando al domani, desidero richiamare l’immagine di Neemia, che all’inizio di questo percorso abbiamo scelto come compagno e figura-guida. Neemia ascolta il grido di una città ferita, porta quel dolore nella preghiera, discerne davanti a Dio, chiede aiuto, ottiene il permesso di partire, organizza il lavoro, affronta resistenze interne ed esterne e, mattone dopo mattone, ricostruisce con il popolo le mura di Gerusalemme. In lui riconosco una parabola luminosa della nostra vocazione ad essere, nel tempo della trasformazione digitale, non spettatori rassegnati di fratture sociali e culturali, non semplici commentatori delle rovine, ma donne e uomini che entrano nei cantieri della storia – laboratori di ricerca, imprese tecnologiche, scuole, media, istituzioni, comunità locali – per rialzare ciò che è crollato e proteggere ciò che è esposto. Come Neemia, anche noi siamo chiamati a unire ascolto e coraggio, preghiera e responsabilità, perché la città degli uomini diventi più vivibile, anche quando le logiche tecnocratiche e gli interessi di parte sembrano prevalere.”
Di certo è un testo da leggere e fare leggere, credenti non importa di quale religione, atei e gentili, perché propone un sano realismo e invita all’impegno.
Poi qualcuno si chiede perché Dario Amodei, fondatore e amministratore delegato di Anthropic, preferisca ascoltare e collaborare con il Santo padre, invece che con il pericolosamente folkloristico Donald Trump, suscitando le sue ire funeste, che tanti lutti adducono.
No, non è per il cognome che porta, non è un caso di “Nomen omen”, bensì di intelligenza. Intelligenza naturale, umana e unica.












