Succedeva anche duecento anni fa e il poeta Gioacchino Belli imprecava:
“Pe cquer Cristo, è una gran legge tiranna!/ So cquattr’anni e er processo nun se manna / e la popolazione ha da sta quieta….Dopo annata la causa all’infinito / caso c’un poveretto eschi innocente /chi jj’arifà cquell’anni c’ha ppatito?”
Allora, lo Stato era quello pontificio e i tribunali stavano a Palazzo Madama, dove ora c’è il Senato, e i piemontesi, appena diventati italiani insieme ai romani, decisero di spostarli.
Appena tredici anni dopo Porta Pia, il 6 maggio 1883, infatti, il ministro Zanardelli bandiva un concorso tra ingegneri e architetti per la costruzione del Palazzo di Giustizia, prevedendo una spesa di 8 milioni, “decorazioni escluse”.
Doveva sorgere nell’area tra il Ponte Umberto e piazza Cavour, appena sopra il Tevere e – come poi scrisse il giornalista Renzo Rossi – “Le fondamenta furono invase dalle acque filtrate dal fiume e l’architetto dovette difenderle con un robusto diaframma costato forti somme di denaro”.
Un po’ come succederà negli scorsi anni ’60, quando scoppiò lo “scandalo” dell’aeroporto di Fiumicino e una Commissione parlamentare accertò che era stato costruito su terreno paludoso con opere di drenaggio insufficienti e conseguente lievitazione dei costi.
Ripetizione della storia del Palazzaccio. Cinque anni dopo il primo bando di Zanardelli, una Commissione “reale” accertò la totale insufficienza del primo stanziamento previsto, che, da otto milioni fu, quindi, elevato a 27. Però, dato che di disponibili c’erano solo poco più di cinque milioni, si procedette per stralci, ribassi d’asta ed annesse liti giudiziarie e transazioni con le imprese appaltatrici. Alla fine il costo complessivo dell’opera arrivò a 40 milioni, cinque volte più di quanto preventivato. Per non dire della lentezza dei lavori che terminarono nel 1911.
L’anno dopo, una nuova commissione, questa volta parlamentare e d’inchiesta. In sostanza, la politica volle veder chiaro dentro a quello che era stato costruito per essere il tempio dell’ordine morale e giuridico della nazione unitaria. Invece, ci furono arresti e pubbliche formali censure
L’antica saggezza romana, però, dopo aver beffardamente paragonato il monumentale fabbricato al Tempio di Semiramide di Babilonia, lo definì – e così è ancora chiamato – “Il Palazzaccio”.
Non si sa se per le considerazioni che faceva il Belli a proposito della amministrazione della giustizia o per i grossi scandali burocratico – finanziari che ne avevano accompagnato la costruzione.
Un palazzo certamente imponente, sovraccarico di ornamenti molti dei quali presi da chiese medioevali e perfino dalla reggia di Caligola, l’imperatore che sperperò enormi somme pubbliche e tartassò di tributi i romani.
Altri, opera di maestri d’arte romani come Antonino Di Nunzio, chiamato ad intervenire sui mosaici, le lapidi, le sculture della Roma papalina e non. Equamente (a proposito di giustizia), da San Pietro ai Fori, all’Ara Pacis, alle statue dei ponti sul Tevere e, appunto, a quelle degli otto saggi e giuristi che, all’ingresso del Palazzaccio, stanno a monito degli amministratori della giustizia e degli amministrati
Cicerone, Modestino, Crasso, fino a Giambattista Vico. Quest’ultimo, forse, a memoria della legge non scritta degli eterni ritorni della storia, corsi e ricorsi.
Per non illuderci e ricordare che, prima dei talk show, alla Giustizia Giuseppe Gioacchino Belli dedicava i suoi sonetti. In romanesco, per farsi capire da tutti.











