Tali guerre conducono, inevitabilmente, al prolungarsi dell’evento bellico ed a rievocare quanto accadde agli USA in Vietnam ed all’URSS in Afghanistan. Potremmo citare ancora gli USA in Iraq ed in Afghanistan. Si tratta (in Iraq) di una “guerra dopo la guerra”, quella “dopo la vittoria militare, volta a ricostruire il Paese sconfitto e le sue istituzioni ed a cambiare il regime politico precedente con uno nuovo: presenta molte più difficoltà, è più costosa e ha una durata più lunga rispetto alle operazioni militari tradizionali. Da tali conflitti non si esce con più o meno onorevoli trattati di pace ma con la “exit strategy”. Essa mira all’esterno alla non delegittimazione politica dello/degli Stato/Stati che ha/hanno promosso l’intervento internazionale; all’interno deve dare conto al cittadino della logica di ritorno dopo enormi spese economiche ed un numero spesso ingente di vittime. La globalizzazione economica è al tempo stesso attrice, teatro delle operazioni e vittima di tale guerra. La guerra al terrore è anche una guerra della modernità contro la tradizione, della globalizzazione contro la frammentazione, contro il risveglio delle identità, contro il ritorno della storia e delle religioni nella politica”. Sicurezza ed economia si correlano ed interconnettono sempre di più. “La globalizzazione del terrore si contrappone a quelle dell’economia e della sicurezza. L’economia del terrore è ormai parte strumentale di quella globalizzata. È il lato oscuro della globalizzazione”;
guerra di popolo: è nata con la coscrizione obbligatoria e la mobilitazione delle energie demografiche dello Stato; ha avuto la sua massima espressione nel XX secolo (la controtendenza attuale è l’esercito professionale su base volontaria). La sua evoluzione è la guerriglia, caratterizzata da:
- “difensiva strategica ed offensiva tattica;
- diffusione progressiva della lotta su tutto il territorio per frazionare le forze nemiche, indebolirle, logorarle e creare così le condizioni per attaccarle localmente con successo;
- lunga durata dell’azione, per provocare il progressivo logoramento materiale e psicologico dell’occupante; priorità assoluta attribuita alla conservazione delle proprie forze;
- stretti legami tra guerriglieri e popolazione;
- inquadramento realizzato da personale altamente specializzato, fornito dalle forze regolari o, comunque, da guerriglieri professionisti”.
Il “guerrigliero” è prima un militante (per la propria ideologia o causa) e poi un militare; la sua guerra è politicamente offensiva e strategicamente difensiva; solo in alcuni casi, con l’aggregarsi di notevoli forze, può mutare in strategia offensiva. La guerra di popolo, a parte la valenza strategica diretta, ha un enorme valore politico, rappresentato dalla “testimonianza della volontà di un popolo di non lasciarsi soggiogare, ma di voler continuare la lotta senza arrendersi”. Collaterale alla guerriglia è il terrorismo la cui violenza ha finalità ed impatti psicologici di portata nettamente superiore rispetto a quelli meramente materiali (privilegiati dalla guerriglia). Il terrorismo, che persegue sia fini tattici, sia strategici (obiettivi politici), può rappresentare una fase prodromica della guerriglia. Non sempre le differenze sono marcate e chiare tra queste due forme di guerra di popolo;
guerra asimmetrica: è caratterizzata da una “sproporzione tecnologica, militare ed economica tra i contendenti”, ovvero una parte belligerante ha dotazioni high-tech e l’altra low-tech. La componente low-tech adotterà metodi terroristici e/o di guerriglia, sistemi non convenzionali (armi di distruzione di massa di medio-basso livello, cioè non nucleari, hackeraggio, interventi nel campo finanziario, disinformazione ed altro).
Al fine di eludere le “regole di ingaggio” sono sorte compagnie militari private che effettuano “operazioni speciali” o di sicurezza non consentite alle truppe regolari o dove, essendo elevato il rischio (sia militare, sia politico, sia di essere individuati come artefici), è bene non impiegare specialisti delle truppe regolari. Il Pentagono le definisce “outsourcing” ma, di fatto, sono dei “mercenari”, ovvero truppe prezzolate che combattono sotto la bandiera che offre una maggiore remunerazione.











