Putin e Zelensky probabilmente si incontreranno presto vis a vis e la pace – almeno in quella parte di mondo – parrebbe ora meno lontana.
Il condominio Europa – il più interessato per contiguità territoriale con l’aggredito e con l’aggressore – stavolta si è presentato alla Casa Bianca che l’ha invitato in questa forma per evitare il consueto squillare a vuoto che tanto innervosiva Henry Kissinger.
Con Zelensky, gli europei hanno disciplinatamente atteso l’esito dei colloqui del padrone di casa Donald Trump e dell’altro, Vladimir Putin, tentato di voler essere anche lui padrone ma in casa che ormai è d’altri. Insomma, il vecchio sistema delle Repubbliche Sovietiche Socialiste.
“Messaggio” – ha scritto su Giano Giuseppe Bodi – intuibile dalla sigla CCCP che spiccava sulla maglietta casual del ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, veterano in un incarico governativo che porta bene quanto a longevità ministeriale. Ventuno anni, in vista di eguagliare i ventotto del predecessore Andrej Gromyko.
Putin e Lavrov sono quasi coetanei ed ambedue hanno servito sotto il regime comunista che Gorbaciov e Eltzin si incaricarono di archiviare. Per anni dei quali non è da escludere nei due una qualche nostalgia personale (se no, perché quella maglietta?) e politico-imperiale (se no, perché mettere bene in mostra l’acronimo CCCP in modo che chi doveva vedere – e soprattutto capire – vedesse?).
Non tutto quel che appare male, però, viene sempre per nuocere anche perché, come diceva uno statista della nostra prima repubblica “Le decisioni giuste non esistono. Nessuno, neanche il politico più navigato saprà mai dire con assoluta certezza quale sia la decisione migliore e si procede per approssimazioni”.
Meraviglia allora che il processo di pace sia così faticoso, il percorso tutto curve e sempre in agguato il rischio di abbattere o allinearsi al cavaliere sbagliato?
Quel saggio, che di trattative internazionali tante ne aveva fatte, aggiungeva: “Perché un negoziato vada a buon fine è assolutamente necessario conoscere in dettaglio le reali intenzioni della controparte”.
I Servizi di informazioni anche a questo “servono” ma spesso non bastano. C’è l’incognita profonda delle sicurezze – e delle insicurezze – di chi tratta per conto di chi lo ha delegato.
Perciò, è stata sempre buona prassi creare tra i protagonisti canali di colloquio riservati e privatissimi. Insomma “far conoscere il proprio pensiero all’altra parte prima dei colloqui ufficiali: un modo per evitare che richieste irricevibili creino inutili imbarazzi mettendo a rischio l’intero negoziato”.
Solo una lettura della storia con le lenti del gossip può indurre in errore nella interpretazione dei due, Donald da New York e Vladimir Vladimirovic da Leningrado, che, ad Anchorage in Alaska, si appartano nell’intimità del sedile posteriore della Bestia, la cadillac one USA, e parlano…dicono.
Ultrasettantenni ambedue e ambedue con il ricordo vivo di quanto narrato loro direttamente da chi visse la seconda guerra mondiale: morti americani per liberare l’Europa, milioni e milioni quelli della vittoriosa resistenza russa.
De Gasperi, ai tempi di Yalta, era convinto che i “sovietici” erano stati “obiettivamente” difensori della pace, non meno di altri popoli ed era certo che, fino a quando fossero sopravvissute le generazioni che conobbero quelle tragedie o ne subirono le immediate conseguenze nella propria prima esistenza, la rinuncia alla pace non poteva diventare definitiva. Come lui, in tanti, però, non si nascondevano che il “rischio ci sarebbe stato dopo”.
A metà del secolo scorso il numero degli abitanti della terra era di non molto superiore ai due miliardi. L’Europa insieme agli Stati Uniti, e con essi il Cristianesimo, dettavano le regole e tra i “mondi” c’era il terzo.
Oggi, siamo otto miliardi e nel nostro Occidente solo un miliardo. Con le migrazioni che determinano mutamenti culturali e sociali in cui la dottrina islamica non è fattore secondario.
Donald Trump, quando il 6 gennaio giurò sulla Bibbia – la storia dell’umanità ed un modo di spiegarne i perché – aveva chiaro il disegno che oggi sembra gradatamente apparire? Chissà.
Possiamo, però, considerare il vertice agostano di Washington con la usuale sufficienza di chi preferisce attardarsi sul ciuffo arancione, piuttosto che sull’esito di azioni, che, seppur talora “scomposte”, fanno sperare in “ricomposizioni” planetarie?
In politica, diceva ancora quello statista italiano, “si fa, o si cerca di fare il meno peggio. Però, chiaro, chiarissimo deve essere quale sia la decisione sbagliata”.
Non averla presa in questi giorni a Washington è cosa da poco?
P.S.: lo statista di cui sopra è Francesco Cossiga che così parlò in un libro intitolato Fotti il potere












