Quando è stata l’ultima volta che, guardando un video, vi siete chiesti se fosse reale?
Fino a poco tempo fa sarebbe stata una domanda insolita. L’autenticità era lo sfondo. Il telefono squillava e dall’altra parte c’era una voce umana. Una fotografia mostrava un evento e l’evento era accaduto. Riconoscevi una voce e la voce apparteneva a quella persona. La fiducia permetteva alle persone di vivere senza verificare ogni dettaglio della realtà. Riduceva il costo mentale dell’esistenza quotidiana.
Prendiamo decisioni continuamente sulla base di cose che non verifichiamo. Fare altrimenti richiederebbe una vita intera per una giornata.
Nel 2024, a Hong Kong, un dipendente di Arup partecipò a una videoconferenza con quello che credeva essere il direttore finanziario dell’azienda e altri colleghi. Al termine, autorizzò trasferimenti per circa 25 milioni di dollari. Solo dopo si scoprì che gli altri partecipanti erano stati ricreati artificialmente attraverso il deepfake.
Le truffe sono antiche quanto il denaro. Il punto di svolta è il meccanismo: l’intelligenza artificiale non ha inventato la menzogna. Ha però abbassato il costo dell’imitazione, così volti, voci e immagini possono essere riprodotti con una facilità che rende meno affidabili i segnali su cui basiamo la nostra fiducia.
Di conseguenza il problema smette di riguardare soltanto la tecnologia. La verifica richiede tempo e attenzione, e non possiamo applicarla a tutto. Nessuna società ha mai funzionato così. La vita sociale funziona perché, a un certo punto, decidiamo che qualcosa è abbastanza credibile da permetterci di agire. Quando stabilirlo da soli diventa difficile, la fiducia si sposta dal contenuto alla relazione. Una notizia acquista credibilità anche attraverso la fonte che la trasmette; dunque, la relazione diventa una parte della prova ma anche una nuova superficie di attacco.
La società si regge sulla consapevolezza che verificare tutto la rende più lenta e costosa, ma al contempo non verificare nulla la rende facilmente manipolabile.
Abbiamo sempre considerato energia, dati e materie prime tra le grandi vulnerabilità delle società contemporanee. Misurate, assicurate, raccontate nei rapporti. Ora bisogna riconoscere che ne esiste una meno visibile. Perché una diga si può riparare, un ponte ricostruire. La fiducia collettiva è anch’essa un’infrastruttura, più sottile, e una volta erosa richiede anni per essere ricostruita.
Il Novecento ha reso accessibile l’informazione. Al XXI secolo tocca un compito più ingrato: rendere accessibile l’autenticità. Perché avere infinite informazioni serve a poco se non riusciamo più a stabilire quali meritino fiducia. E una società che dubita costantemente di ciò che vede, ascolta e legge, rallenta. Costa di più. Si spezza prima.
La fiducia è l’unica infrastruttura senza piano di manutenzione. Non ha ministeri né bollette, si consuma in silenzio. La vera domanda è chi la sta ancora tenendo in piedi?












