La logomachia non è soltanto una “battaglia a colpi di parole”, che si contrappongono magari violentemente, ma è anche, come fece notare per primo Vladimir Volkoff, studiando la Dezinformacija dell’URSS, l’invenzione di nuove parole e il cambio di significato e/o di senso di esse. Una tecnica di “propaganda” che è divenuta pratica quotidiana per favorire vari cambiamenti siano essi politici, sociali o economici.
L’esempio che raccoglie tutte e tre le aree è la sostituzione dell’espressione “giocare in borsa” con quella di “investire in borsa”. Un modo di dire, ormai talmente digerito da non farci più ricordare la differenza tra gioco (potremmo aggiungere d’azzardo) e investimento. Il primo, un’attività liberamente scelta, è basato su due elementi: abilità e “alea”, ossia rischio, ed evoca immediatamente il divertimento, ma anche il pericolo di danno economico o di sconfitta. Al contrario, il secondo, mettendo la sordina all’alea e al gioco, evidenzia soltanto le capacità analitiche di previsione per assicurare, attraverso scelte ponderate, una crescita futura a una somma di denaro.
La tecnica più raffinata della Logomachia è quella un tempo conosciuta come del “Paguro Bernardo o Eremita”. Nella realtà fisica un crostaceo dal corpo molle che per proteggersi dai predatori occupa una conchiglia vuota che poi cambia con un’altra a mano a mano che cresce.
Nella manipolazione, la conchiglia, ossia la parola, viene scelta dal paguro-propagandista per affermare più facilmente la propria tesi confondendo la percezione dei recettori. Scegliere le parole, per renderle più accattivanti, è un gioco antico che facciamo tutti quotidianamente a seconda del contesto. Pensiamo per esempio ai termini che possiamo usare per indicare una donna che ha partorito: genitrice, madre, mamma, ma, mammina, mammì; regina, stella, angelo, fata e dea della casa; sino ai più poetici: colei che dona la vita, porto o cuore sicuro. Il gioco vale anche al contrario andando da matrigna a fattrice.
E’ logico che questa magia sia eseguita anche da chi è in posizioni di potere per evocare attraverso sfumature verbali sensazioni più accettabili e persuasive senza bisogno di aggettivi qualificativi.
Alla luce di questa impostazione, due parole ormai usate continuamente da giornalisti, politici, analisti e simili, ci hanno particolarmente colpito: Conflitto e Intelligence. La prima in sostituzione di Guerra e la seconda di Spionaggio.
Si può dire che, proprio in questi giorni, soltanto il filosofo Massimo Cacciari alla Biennale di Venezia ha usato, non solo come espediente dialettico, il termine Guerra per invitarci a riflettere su di essa, avvertendoci che “Le guerre di oggi sono di sterminio, come diceva Kant”. In esse non si può più distinguere tra militari e popolazione civile. Una nuova “libido pugnandi” sta facendo crollare tutte le barriere che il Diritto internazionale aveva eretto contro la barbarie della guerra.
Eppure il termine Guerra sembra il meno usato da giornalisti e commentatori che per lo più preferiscono una varietà di sostituti meno drammatici, quali: conflitto, scontro, lotta, ostilità, tensione, dissidio, contesa, contrasto, conflagrazione, azioni od operazioni militari, od “operazioni speciali”, oppure termini tedeschi e inglesi quali blitz, raid, “peacekeeping” (mantenimento della pace) o “peace forcing” (imposizione della pace). Interessante notare come il termine peacekeeping sia il più longevo di tutti gli anglismi, avendo 77 anni, in quanto coniato il 29 maggio del 1948 per denominare la prima operazione dalle Nazioni Unite di monitoraggio – pensate un po’ – proprio in Palestina (UNTSO-United Nations Truce Supervision Organization).
Se le conchiglie abitate in Italia dal “paguro Guerra” sono molteplici e più sedimentate quelle del “paguro Spionaggio” appaiono meno numerose e meno fluide. Dal Dopo guerra a oggi troviamo unicamente: Servizi Segreti, Servizi Informazione, Agenzie; Affari riservati e Investigazioni speciali. Soltanto da qualche anno è stata trovata la conchiglia più grande e accattivante, prendendola però da un mare non nostrum: “Intelligence”. Certo, è un termine intraducibile direttamente in italiano con un’unica parola senza che perda il contenuto “spy”, ma lasciandolo in inglese la fascinazione nobiliare della contaminazione del senso è indubbia.
Un anglismo che, sempre in questi giorni, è stato accolto ufficialmente dall’ Enciclopedia Italiana di scienze, lettere ed arti, non solo come voce, ma anche come “monografia Treccani”; entrambe scritte dal Prof. Mario Caligiuri, ordinario di Pedagogia e direttore di uno tra i primi “Master in intelligence” istituiti in Italia.
Per l’autore l’Intelligence diviene oggi qualcosa di molto più ampio e nobile, rispetto al mero spionaggio, acquisendo contemporaneamente nuove funzioni operative, tecnologiche, culturali e sociali. Uno strumento cognitivo ed educativo – da studiare nelle scuole e nelle università – che spazia dalla protezione dei cittadini a quella delle aziende, anche contro disinformazione e attacchi cyber. Uno strumento pedagogico e non più soltanto una funzione legata allo Stato per garantire in modo integrato e consapevole democrazia e sicurezza.
Di fronte a queste nuove “conchiglie” si rimane sicuramente affascinati, ma per chi volesse vedere il crostaceo che c’è realmente dentro, Giano avvierà una serie di riflessioni e approfondimenti che spero vi interesseranno.












