Se ad Orwell capitasse di resuscitare, probabilmente sprofonderebbe nella più martoriante depressione.
La banale constatazione di quel che è diventato il nostro mondo sarebbe sufficiente per ammettere insormontabili carenze di fantasia e di immaginazione di cui il celeberrimo scrittore credeva invece di abbondare.
A mortificare l’autore di “1984”, pietra miliare delle teorie sull’escalation del controllo e vaticinio minimalista di quel che sta accadendo, è il provvedimento che il Governo intende varare a proposito dell’identificazione biometrica in tempo reale mirata a “prevenire minacce o rintracciare persone scomparse” e destinata a culminare in un riconoscimento facciale affidato all’intelligenza artificiale.
Parliamo, senza tante perifrasi, di controllo del territorio con il trattamento automatizzato e generalizzato di dati identificativi biometrici di soggetti che transitano o permangono in luoghi di libero accesso o anche involontariamente vengono a trovarsi in prossimità (spaziale e temporale) di eventi che vengono considerati critici o sensibili ai fini dell’ordine pubblico.
Fonti di ispirazione dell’iniziativa legislativa sono stati i disordini a Bologna per la morte di Abderrahim Fakir e quelli in Val di Susa a margine della manifestazione No Tav. Elemento di accelerazione è la corsa al consenso elettorale in un momento storico in cui appare uno come Vannacci che le spara più grosse degli abituali arruffapopoli, che da anni somministrano a squarciagola i loro slogan intrisi di intolleranza e rabbia.
Il giro di vite è mediaticamente efficace.
Si tira in ballo la sicurezza, si sottolinea che la perdita di privacy è un prezzo accettabile ma si evita di indicare il vero importo di riservatezza personale che deve essere sborsato dal singolo cittadino.
Prendiamo in considerazione che il cosiddetto “AI Act”, la norma quadro che disciplina l’uso dell’intelligenza artificiale in ambito comunitario, vieta in maniera categorica l’impiego di soluzioni come quella strombazzata e ora in mano al Parlamento. Aggiungiamo che il varo di un provvedimento legislativo che vada a sfiorare il diritto alla riservatezza dei dati personali deve contemplare un esplicito coinvolgimento del Garante Privacy cui compete la stesura di un apposito Parere…
Ce ne sarebbe abbastanza per fermare i motori, ma l’Europa non piace e l’Autorità Garante sembra far di tutto per piacere.
Il Garante per la Protezione dei Dati Personali – mi metto nei panni dei componenti di tale organo collegiale – non se l’è sentita di dare parere sfavorevole al provvedimento in cantiere. Una bocciatura sarebbe suonata come un affronto al Governo.
E così è cominciato il valzer degli eufemismi, del “maneggiare con cura”, dell’estremo garbo.
E così che salta fuori una valutazione in cui spicca che “Lo schema di decreto legislativo” sarebbe “complessivamente coerente” con la disciplina vigente, subito smorzato con un “necessita di alcune integrazioni volte a rafforzare le garanzie rispetto al trattamento dei dati personali sotteso all’uso di tecniche di IA nei contesti considerati”.
Il Garante elenca le non poche e tutt’altro che lievi correzioni da apportare, ma la formulazione così garbata non sembra aver innescato preoccupazioni sulla sorte della norma.
Il tema è delicato. Le modifiche morbidamente pretese dal Garante sono tutt’altro che tenere e meritano di esser “viste da vicino”.
Cominciamo da domani. E lo facciamo in modo che tutti possano capire senza tecnicismi inutili, senza espressioni fuorvianti, senza addolcimenti di sorta.












