Anche se son tempi in cui non si butta niente e pure un solo voto in più o in meno può evocare governo in ritirata e opposizioni lanciate, come da manuale, verso le agognate “magnifiche sorti e progressive”, la momentanea assenza in parlamento di un sottosegretario in missione al summit anticomunista convocato a Washington dal Segretario di stato Rubio, non inciderà sulla situazione interna più di tanto.
E’ stato mandato per sentir parlare di “rinascita del terrorismo di estrema sinistra” nel paese dove i comunisti si contano in numeri di poche migliaia, ma la tradizione delle crociate anti post seguaci di Marx ha importanti precedenti quanto a paura rossa, la red scare.
Come i Red Raids decisi dall’Attorney general A.Mitchell Palmer subito dopo la prima guerra mondiale, in coincidenza con la presa del potere da parte dei bolscevichi in Russia.
O il Maccartismo degli anni ’50 del secolo scorso, quando il senatore Joseph McCarthy guidò una nuova caccia alle streghe, ai sospettati di filocomunismo intellettuale e operativo (nella foto un’immagine presa da Wikipedia). Ma c’era appena stata la Rivoluzione comunista cinese.
Poi negli anni ’60, le schedature e le campagne repressive del capo dell’FBI J. Edgar Hoover che metteva in un unico target da colpire marxisti, movimenti neri e antisegregazionisti. Erano allora i tempi della guerra fredda e, quanto alla confusione tra comunismo ed antirazzismo, Martin Luther King assicurava “Nel mio movimento, ci sono tanti comunisti, quanti sono gli esquimesi in Florida”.
Ma, oggi che il presidente degli Stati Uniti preferisce all’Occidente, che rifiutò il comunismo, Vladimir Putin che lo praticò e Xi Jinping che tuttora lo attua – seppur a modo suo – nel lontano Oriente, qual è il senso vero del summit mondiale?
Certo che se il governo italiano si fa rappresentare da una figura sì istituzionale, ma non di prima fila, come è il titolare di un sottosegretariato, qualche dubbio sull’importanza attribuita da Roma all’iniziativa del Dipartimento di Stato è legittimo. Staremo a vedere, ma col tempo.
Ciò non toglie, invece, rilievo allo spionaggio russo anche qui da noi ed alla disinformatia che continua ad imperversare nonostante il muro di Berlino sia crollato trentasette anni fa e, con esso, il regime comunista sovietico. Comintern compreso.
Recenti fatti di cronaca e un certo dibattito tra il politico e il propagandistico sono a dimostrarlo.
D’altronde, già subito dopo la Liberazione, l’insediamento dell’Ambasciata russa a villa Abamelek Lazaref, sul Gianicolo di Roma, fu contrastato col timore, fatto diffondere, che da quella posizione i diplomatici sovietici potessero monitorare col cannocchiale la vita della sottostante Città del Vaticano.
Presto, però, si scoprì che l’informazione era stata veicolata dai protagonisti della proprietà contesa dell’immobile che, poi, con un Decreto firmato dal re di maggio, Umberto II e controfirmato dal democristiano De Gasperi, dal comunista Togliatti e dal liberale Corbino, il 26 maggio 1946, fu espropriato dallo Stato italiano e il 27 febbraio successivo ceduto all’URSS con tutti i beni mobili di grande valore storico dettagliatamente elencati che conteneva e, poi, in parte inspiegabilmente trafugati.
Tanta precisione negli allegati dei decreti, ma nessuna indicazione sull’eventuale obbligo per l’Ambasciata russa di pagare le imposte. Controversia che si risolse col ricorso alla più consolidata e saggia maniera italica: l’ambasciatore italiano a Mosca, Manlio Brosio, fece sapere che le nostre residenze diplomatiche a Tiflis e Leningrado non pagavano tasse e, così, in nome della reciprocità, la pratica romana prese lentamente la via dell’archiviazione.












