Sei anni fa, la sera del 25 maggio, quattro agenti immobilizzano George Floyd. Uno di loro, Derek Chauvin, preme per nove minuti il suo ginocchio sul collo del sospettato di aver tentato di rifilare una banconota da 20 dollari presumibilmente falsa ad un negoziante che aveva chiamato la polizia innescando quel che poi è diventato il simbolo degli eccessi delle Forze dell’Ordine.
Un filmato ha fugato ogni dubbio sulle responsabilità criminali del tutore della legge e Chauvin è stato condannato a 22 anni e sei mesi per omicidio colposo.
Un video, anzi ben più di uno, oggi immortala una pattuglia di casa nostra che interviene, va oltre il dovuto, lascia a terra una persona ammanettata mentre gli operatori del 118 – chiamati sul posto per lo stato di agitazione del fermato – non brillano di reattività e tardano nel fare il loro mestiere quasi fossero distratti spettatori.
Fakir Abderrahim, i polsi stretti dalla morsa metallica che ne inibiva ogni movimento pericoloso, resta sull’asfalto. Adesso davvero non può più far del male, ammesso ne avesse fatto prima tanto da meritare la morte. Ora non c’è più pericolo. Come forse non c’era mai stato nei trentacinque anni (su 43) che Fakir aveva trascorso nel nostro Paese…..
Al suolo con lui rimangono la speranza che certi episodi di estrema barbarie non abbiano a verificarsi e – soprattutto – lo sgomento che si possa esser così brutali anche quando non sembrerebbe essercene alcuna necessità.
Le sequenze sono terrificanti, qualunque prospettiva morale o politica si voglia scegliere per coglierne il significato. Le immagini sono la negazione della umanità e la staticità delle reazioni di chi doveva comportarsi diversamente è la prova di quanto si sia caduti in basso e ancor più giù.
Esser crudeli fingendo di non volerlo essere, dimenticando che quei fotogrammi perforano qualunque corazza e persino quello “scudo” che un Governo – generoso con i prepotenti o con gli “imprecisi nel fare il proprio mestiere – ha voluto regalare a chi non sa rispettare le regole del gioco.
Stavolta saranno le bodycam a narrare la storia vera, quella vista da vicino, quella raccolta da chi forse si era dimenticato di indossare quel dispositivo…
Comprendo la foga di chi si ritrova a gestire situazioni difficili, magari sovrastanti la personale capacità di affrontare frangenti complessi che impongono addestramento severo e mantenimento di una onerosa efficienza operativa.
Le tecniche di difesa personale rientrano nelle materie di qualunque ciclo di formazione di chi viene preparato a fare un certo mestiere. In quei corsi viene spiegato come dosare certe abilità e la relativa energia da applicare, sottolineando i rischi e le conseguenze che un abuso di forza è destinato a comportare.
E allora cosa spinge a “fare di più”?
Forse interviene la voglia di “dare una lezione”, suggerita dall’irrespirabile clima sociale che fa emergere un desiderio diffuso di reprimere in maniera “esemplare” come se l’esempio e la deterrenza possa aver la forma delle “mazzate” o di altri meccanismi coercitivi estremi.
Probabilmente c’è uno spiccato “senso del dovere”, quello che spinge a rispettare meglio di qualunque altro le raccomandazioni impartite dai propri superiori la cui responsabilità continua ad esserci anche nelle azioni che certi ordini sono capaci di generare.
Ci si chieda semplicemente se c’era davvero bisogno di tanta brutalità nell’agire e di tanta indifferenza nel soccorrere.
Non dimentichiamoci l’esperienza genovese della Diaz, dove la “macelleria messicana” di alcuni nei più diversi ruoli ha qualificato il nostro livello di civiltà e ha fatto vergognare e soffrire chiunque indossasse o avesse indossato un’uniforme di qualsiasi corpo di Polizia.
Stavolta sarà la Procura di Bologna a ricostruire quel che è successo al “Pilastro”. I pubblici ministeri prima, e i giudici poi, non avranno necessità di essere “esemplari” e calcare la mano nel valutare le prove multimediali dell’accaduto. E allora, come sempre o spesso succede, non mancherà chi sarà pronto a dare addosso ad una magistratura colpevole di non dimenticare che “la legge è uguale per tutti”.
La pubblicità di un prodotto farmaceutico per chi ha problemi di prostata ha visto protagonista un povero disgraziato in pigiama che ogni volta doveva trovare una scusa diversa...
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