La crisi nello Stretto di Hormuz ha provocato un’immediata impennata delle quotazioni internazionali del gas naturale e del petrolio. Bastarono poche ore di tensione geopolitica perché si parlasse di rincari inevitabili per famiglie e imprese.
Oggi, però, i mercati raccontano un’altra storia.
Le quotazioni del gas naturale TTF di Amsterdam sono tornate su livelli sostanzialmente analoghi a quelli precedenti all’escalation della crisi. Lo stesso vale per il Brent, il principale riferimento europeo per il petrolio, negoziato a Londra, che ha riassorbito gran parte dell’aumento registrato durante le giornate di maggiore tensione.
E allora una domanda è inevitabile.
Perché bollette e carburanti non sembrano seguire con la stessa rapidità il calo delle quotazioni internazionali? Quando i mercati salgono, gli aumenti arrivano quasi in tempo reale. Quando i mercati scendono, invece, i ribassi sembrano procedere molto più lentamente.
È proprio in queste situazioni che i cittadini si aspettano un ruolo forte delle autorità di vigilanza.
L’Antitrust dovrebbe verificare se lungo la filiera vi siano comportamenti che ostacolano il trasferimento dei ribassi ai consumatori.
L’ Arera, Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente, nell’ambito delle proprie competenze di regolazione e monitoraggio dei mercati energetici, dovrebbe assicurare la massima trasparenza nella formazione dei prezzi e vigilare affinché le dinamiche delle quotazioni internazionali trovino un riscontro coerente nelle condizioni applicate agli utenti.
Ad oggi, non risultano iniziative pubbliche di particolare rilievo volte a sollecitare un rapido riallineamento dei prezzi ai livelli precedenti alla crisi di Hormuz.
I cittadini non chiedono favori.
Chiedono semplicemente che il mercato funzioni in entrambe le direzioni: se gli aumenti vengono scaricati immediatamente sui consumatori, anche le diminuzioni devono arrivare con la stessa velocità.
Perché la trasparenza non può valere solo quando i prezzi aumentano.












