La Repubblica italiana non vanta un elevato numero di donne che abbiano raggiunto i vertici del potere politico, intesi come presidenza della Camera dei Deputati, del Senato e del Consiglio dei Ministri. Parlamentari (Camera e Senato), Ministri e Sottosegretari non sono state poche ma neanche molte, tanto che si sono dovute introdurre le “quote rosa”.
La prima, e unica sinora, donna a ricoprire la carca di Presidente del Senato è stata Maria Elisabetta Alberti Casellati (nata nel 1946) dal 2018 al 2022.
La Camera dei Deputati ha visto salire sullo scranno di Presidente tre donne. La prima è stata Leonilde (meglio conosciuta come Nilde) Iotti (1920-1999) per un lungo periodo: dal 1983 al 1992.
La seconda, e la più giovane anagraficamente al momento della carica, è stata Irene Pivetti (nata nel 1963) dal 1994 al 1996.
La terza, ed ultima in termini temporali, è stata Laura Boldrini (nata nel 1961) dal 2013 al 2018.
Per mera curiosità la prima donna nominata Ministro è stata Tina Anselmi (1927-2016) soltanto nel 1978.
Possiamo affermare che sino alla soglia degli anni ottanta poco spazio è stato dato in Parlamento al gentil sesso.
La prima donna Presidente del Consiglio è Giorgia Meloni (nata nel 1977) dal 2022.
La premier ha svolto il suo ruolo senza risparmiarsi, questo è fuori di dubbio, ma alcuni errori di fondo sono emersi dopo l’esito del quesito referendario. La rapidità con la quale ha sollecitato, e ottenuto, le dimissioni di alcuni membri del suo partito la dice lunga. A quanto pare ha affermato che da ora in poi non coprirà più nessuno. Ciò significherebbe che sinora ha chiuso più di un occhio e ha atteso l’irreparabile per liberarsi di alcuni divenuti indifendibili e che, probabilmente, in parte, hanno contribuito alla sconfitta referendaria.
Il Presidente del Consiglio dovrà ammettere che ha collezionato una serie di fatali errori. Se ne citano soltanto alcuni. Ella ha sempre fuggito i confronti aperti, si è esclusivamente basata su soliloqui o domande di giornalisti molto allineati. Questo può essere stato percepito come insicurezza dell’operato, timore di un confronto plurale e contraddittorio dove esporre le proprie ragioni replicando alle critiche legittime di chi è all’opposizione o che ha un diverso approccio di pensiero. Le sue apparizioni in Parlamento sono state scarse e, quasi esclusivamente, caratterizzate da toni veementemente accusatori verso la Magistratura e l’opposizione. Mai un’apertura di dialogo o linguaggio pacato, sempre troppo urlato come in un comizio elettorale dove si vuol infervorare l’uditorio. Troppe richieste di fiducia nelle leggi escludendo i contributi delle opposizioni o di altri che avrebbero condiviso alcuni provvedimenti con piccoli aggiustamenti.
Intorno alle sue indubbie capacità vi è un vuoto, forse non totale, ma preoccupante per il cittadino. La fiducia dell’italiano verso la classe politica è già di per sé molto scarsa. La premier ha commesso l’imprudenza di affidarsi a membri del suo partito che non certo brillano in capacità e competenza. Un vero leader deve sapersi scegliere i collaboratori altrimenti prima o poi ne paga le conseguenze. Non può essere onnisciente, onnipresente, controllare ogni improvvida uscita verbale o comportamentale della sua squadra. Certamente la condivisione della fede politica e la lealtà verso il partito sono molto importanti; se mixati con incapacità e incompetenza il prodotto può risultare nefasto sotto l’aspetto politico e dei risultati programmati. Alcuni si sono lanciati in affermazioni degne di una rissa da stadio o da chiacchiere da bar (senza offese agli avventori abituali) ripetendo a pappagallo frasi fatte, alcune volte riferite a episodi risolti ma dati come futuri. La popolazione non è tutta ebete, come troppo spesso taluni governati auspicano. Non poche volte sono mancati gusto ed eleganza. Se la premier vorrà non essere vittima dei suoi fidi scudieri dovrà fare molta attenzione alle competenze e capacità, non solo alla lealtà; si ricordi del referendum troppo strillato e aggressivo. Deve muoversi molto velocemente e sbarazzarsi di qualcuno per non inanellare una nuova sconfitta.
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